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Conferenza tenutasi a Fondazione Teatro Due il 3 aprile 2014

Classe 1965, il madrileno Juan Mayorga è considerato uno dei drammaturghi più rappresentativi della sua generazione: insignito d’importanti riconoscimenti, fra cui quello di miglior drammaturgo nel suo paese, Mayorga deve il suo successo a uno stile inconfondibile, caratterizzato da lunghi monologhi intrecciati a dialoghi serrati e alla grande attenzione che riserva al relativismo, lasciando nei suoi testi la strada aperta alla libertà d’interpretazione dello spettatore e alla sua capacità di rileggere il passato alla luce del presente.

“Quando ho letto per la prima volta i testi di Juan Mayorga – afferma il regista, Gigi Dall’Aglio – ho avuto la sensazione che il Teatro avesse trovato la chiave per chiudere la grande tradizione drammaturgica del secolo scorso e aprirne una nuova nel terzo millennio. Nei suoi drammi, ai toni lucidamente disperati di una lingua drammatica ellittica, si sovrappone la necessità di una ricollocazione delle follie di una Storia accelerata e globalizzata, che tende a presentarsi come esaustiva.”

Himmelweg parte da un tragico fenomeno epocale e ne fa uno strumento di indagine sulle responsabilità dell’uomo nel presente, “mettendo in campo – prosegue Dall’Aglio – tre figure simboliche e paradigmatiche di quelle che sono, secondo l’autore, tre essenziali condizioni umane. La posizione di chi guida il gioco, nell’illusione di potersi arrogare il diritto di manipolare la vita degli altri; quella, all’inverso, di chi vive l’esperienza di una vita reale e che, pur privo di mezzi  adeguati, si rifiuta di sottostare al disegno di un altro, conservando l’illusione di poter controllare la propria esistenza; infine la posizione di chi, come arbitro, non sa trovare in sé stesso gli strumenti per indagare nel profondo un mondo di cui intuisce la falsità ma che non riesce a smascherare, aspettando dall’esterno l’autorizzazione a spingere oltre la sua indagine. Gli attori in scena interpretano questi tre stati della condizione umana, circondati da un mondo di “ombre” (in questo caso cinematografiche) che, come nella caverna di Platone, sono solo il riflesso di un mondo reale e sfuggente. L’ardita scrittura meta-teatrale di Mayorga li costringe a muoversi, con la coscienza nel mondo dei nostri affetti quotidiani e con la ragione negli ambigui meandri della finzione teatrale”.

Un gioco teatrale che pone domande scottanti sulle cecità storiche di chi l’Olocausto lo vide ma non lo guardò e di chi ieri come oggi non osa indagare la verità, ma ne è passivo spettatore.

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