In Teatro Non Si Muore …, nuova produzione di Fondazione Teatro Due, debutterà il 31 ottobre.
Il testo è scritto da Gigi Dall’Aglio, che ne cura anche la regia e lo interpreta insieme agli attori dell’Ensemble di Teatro Due Roberto Abbati, Laura Cleri, Cristina Cattellani, Paola De Crescenzo, Davide Gagliardini, Luca Nucera, Massimiliano Sbarsi, Nanni Tormen, Emanuele Vezzoli insieme a Zelíe Adjo, Modou Gueye e Anna Mallamaci e con Alessandro Nidi al pianoforte ad eseguire le sue musiche originali.
Con un titolo che è contemporaneamente la semplice constatazione di una condizione dell’attore (che muore in scena tutti i giorni e poi si alza e torna in camerino) e un’affermazione che in quei tre puntini di sospensione racchiude il valore scaramantico di uno scongiuro, “In teatro non si muore…” nasce da una riflessione sulla “crisi”. Se per definizione la crisi è una situazione traumatica e stressante, allo stesso tempo è un momento d’oro, in cui possono sbocciare nuove opportunità di rinascita. La storia è quella di una sgangherata compagnia famigliare di attori sul lastrico, costretti a riconvertire il proprio teatro in un’attività redditizia. E qual è il settore dell’esistenza che non andrà mai in crisi? Che anche nelle situazioni più tormentate farà sentire il bisogno di un rito che almeno risvegli il ricordo e la memoria? Ecco così che nasce “Ade” un‘agenzia di pompe funebri un po’ sui generis… Questa scombinata famiglia d’arte riscoprirà così l’autentica potenza del teatro, realizzando cerimonie dal sapore surreale, utilizzando per ogni sua “funzione” una diversa opera di Shakespeare e attraversando situazioni paradossali, come in una vecchia commedia all’italiana in cui la vita e il palcoscenico si mescolano. Con leggerezza e ironia, sacro e profano si intrecciano, rivitalizzando il gioco del teatro.

Sulla situazione che vive oggi l’intero pianeta c’è poco (o forse troppo) da dire. Il Teatro si trova a sua volta a dover affrontare molte difficoltà, applicando doverosamente i dettami imposti dalla legge per la protezione di pubblico e attori dalla diffusione del Covid 19; parlando di creazione, questo significa distanze obbligate in scena, prove con la mascherina, controlli medici. Ma, fuori dalla contingenza, da sempre si sente parlare della crisi del teatro. Ma di cosa parliamo quando parliamo di crisi del teatro?
Il teatro è in crisi quando vengono meno due presupposti assolutamente necessari: l’economia e il Pubblico. E il pubblico manca quando l’attore perde il senso rituale del suo lavoro, non cogliendo più la centralità dello spettatore come seconda metà del teatro – afferma Gigi Dall’Aglio. L’attore pensa prima di tutto a fare bene la parte, ad ottenere i ruoli giusti, nella migliore delle ipotesi crede di insegnare qualcosa, spesso crede di salvare il mondo; ma tutte queste funzioni sono derivate dal pubblico, dalla società che mette l’attore in palcoscenico a fare qualcosa per lei. Gli attori e il pubblico sono lo Yin e lo Yang del taijitu teatrale. “In teatro non si muore….” era una sceneggiatura cinematografica che avevo scritto anni fa e in cui avevo affrontato questi temi attraverso il racconto della crisi e della possibilità di sopravvivenza, del cambiamento e della ricerca di un nuovo ruolo, da parte di una piccola compagnia “familiare”.

Come possono recuperare gli attori il senso della ritualità perduta?
Di tutti i riti della società contadina, finita con la bomba atomica, non ne è rimasto uno. Quando ero bambino c’erano feste importanti dedicate alla fertilità, al rinnovamento… Ora sono scomparse. Ma anche il matrimonio e il battesimo sono cerimonie che hanno perso legame con la loro origine. L’unico rito che non riesce a disperdersi è il funerale. Si può cercare di scappare, ma prima o poi la morte arriva e il pensiero di chi si è perduto ritorna.
È su quel rito ancora presente che la compagnia teatrale del nostro spettacolo rinnova la sua funzione, perché è nel rito che il teatro trova la sua fertilità.

Secondo Aristofane il teatro può colmare i vuoti e salutare chi scompare. Qual è dunque il rapporto fra morte e teatro?
Son d’accordo con Genet quando disse che “nelle città di oggi il solo luogo in cui si potrebbe costruire un teatro è in fondo a un cimitero, alla periferia della città e tra i defunti, cioè tra la vita e la morte. Immerso nel silenzio, ma con gli spettatori che dovranno passare tra le tombe per entrare e per uscire. La morte sarebbe al tempo stesso più vicina e più lieve, e il teatro più solenne.” Lo spettatore ci arriverebbe dopo essere passato in mezzo alle anime dei defunti, dopo aver riflettuto sulla vita e la morte. Il fondamento di questo testo è qui, nella ricreazione della ritualità.

Come si svolge questo rito?
Nel nostro spettacolo l’attore è un posseduto che ridà voce al corpo di persone morte, tanto per dirlo utilizzando una citazione del nostro testo. Nello svolgersi della vicenda, gli attori che realizzano un Teatro cerimoniale, si occupano di una curiosa carrellata di clienti: omosessuali, compagni di bisboccia alla “Amici miei”, camorristi… ma il clou si raggiunge con i due africani che hanno perduto il figlio di 18 anni e con una madre autoctona a cui è morta la figlia, i due ragazzi sono vittime nello stesso incidente e vengono da due famiglie che, per pregiudizi vari, vivono reciproci e aspri rancori. Gli africani non possono avere una cerimonia tradizionale africana e non vogliono una cerimonia di tipo religioso. Che fare? Il padre ricorda di quando una organizzazione europea in Africa gli aveva insegnato il Teatro… “Erano tutte storie di uomini già morti che parlavano e agivano come se fossero vivi. E io avevo l’impressione, quando toccava a me recitare, che io mi portassi dentro lo spirito di un altro che mi faceva parlare e muovermi come se fossi lui. Nostro figlio è morto e noi vorremmo che un altro prenda dentro di sé la sua ombra…”.
È un discorso sulla morte molto fine, che non avviene però in un ambiente solenne, bensì in un teatro povero e modesto.

Una commistione di sacro e profano in grande stile. Come è nato il testo?
Anni fa ho avuto una lunga esperienza di teatro in Africa, a Lomè in Togo. Lì ho capito che il teatro adatto a qualsiasi latitudine e a qualsiasi livello culturale era quello di Shakespeare. Così ho accarezzato l’idea di fare un film su come mettere in scena un Macbeth in Africa, con streghe, premonizioni, magia e illusione, toccando le molte anime della cultura africana, compresa quella voodoo, che nel mio soggiorno avevo approfondito. Quando ho presentato la sceneggiatura a un produttore mi rispose letteralmente “noi su storie di negri e teatro non mettiamo una lira!”Tralascio i particolari della mia ira, ma la prima idea di vendetta che ho avuto era di violenza fisica, poi mi sono moderato e ho scritto per dispetto altre tre storie di “negri e teatro”, testi che saranno prossimamente pubblicati nel libro al quale sto lavorando insieme alla casa Editrice Berti. Uno di questi testi è proprio quello che stiamo mettendo in scena, adattato per il teatro. Ironicamente, dato che stando agli intenti di quel produttore si tratta di una sceneggiatura della quale non si farà mai il film, ho messo nel cast Vittorio de Sica, Sofia Loren, Marcello Mastroianni, Totò…