traduzione Carlo Fruttero

con Giancarlo Ilari

regia Massimiliano Farau

luci Pasquale Mari

fonica Andrea Romanini

spazio scenico Fabiana Di Marco

costumi Marzia Paparini

Con L’ultimo nastro di Krapp Beckett ha scritto probabilmente la sua opera più personale e toccante: un’elegia lancinante sull’incapacità di amare, sulla felicità perduta, sullo scacco esistenziale.

Krapp si appresta a celebrare il suo sessantanovesimo compleanno con un personalissimo e solitario rito di festeggiamento: dopo aver consumato almeno un paio di banane, inciderà su un vecchio registratore a bobine gli eventi più significativi dell’anno appena trascorso.

Ma lo tormenta il ricordo di un altro anno, molto denso di accadimenti. Lo assilla un episodio accaduto in un pomeriggio assolato, su una barca alla deriva fra le canne di un lago, in compagnia di una donna. L’episodio è annotato, nel registro di Krapp come “addio all’amore”. Quando Krapp riascolterà la sua voce di trentanovenne narrare quell’episodio capirà di aver compiuto, per paura “di distrarsi dalla sua scrivania”, una scelta forse esiziale.

    

Fu Pasolini, assistendo a una riduzione di Uccellacci e Uccellini negli anni ’50, a spingerlo verso una recitazione naturale, chiedendogli di lasciare l’impostazione accademica per una dizione che non celasse l’inflessione dialettale. Nella sua lunga carriera non ha mai dimenticato la lezione e ora, che ha 82 anni, Giancarlo Ilari non nasconde più nulla dietro la tecnica e può permettersi di portare in scena L’ultimo nastro di Krapp con una naturalezza che nessuna finzione anagrafica raggiungerebbe.

Fernando Marchiori, “Liberazione”

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