Dopo un mese di spettacoli, la prima stagione estiva di Arena Shakespeare è finita. Sembra naturale, a questo punto, chiedersi che cosa ci resta. Sicuramente la voglia di ricominciare al più presto; sicuramente un’energia che si deposita in questo spazio che fino a ieri pulsava di vita e che già è l’inizio di una storia. Sicuramente alcune riflessioni sulle necessità, sui desideri, e sul senso di libertà che si è scatenato negli artisti e negli spettatori che hanno costituito questa prima stagione. E poi non fa mai male continuare a chiedersi cosa si è, mentre lo si è.

Il teatro è l’arte del creare quello che non c’era, per poi vederlo succedere e scomparire nello spazio di un battito, di un sogno. Nell’epoca dell’intercambiabile, l’artigianato teatrale (sì, artigianato prima e oltre che arte) contrappone infatti al “lavoro flessibile” lo studio costante, la prova sempre in divenire, la ricerca sempre in crescita, spesso in salita, sempre in movimento. Perché, altrimenti, avventurarsi in una sfida come quella dell’apertura di un’Arena estiva che si aggiunge alla già fertilissima offerta del Teatro Due? Perché se c’è una cosa di cui ci siamo resi conto nel grande, grandissimo successo di questa prima stagione estiva appena terminata, è che c’è un bisogno da soddisfare. Un bisogno nostro, di rinnovamento e insieme continuità, e un bisogno della Città, della comunità. L’Arena Shakespeare, nel suo essere nel cuore pulsante del tessuto urbano in una conformazione praticamente unica in tutta Europa, nel suo essere sotto il cielo capriccioso e a volte spietato, ha risposto a questo bisogno, e chi l’ha vissuta e abitata ha potuto sperimentare cosa si prova a essere protagonista e osservatore di un evento modificabile in ogni momento. Non è un caso, infatti, che la vocazione di questo luogo così insolito e così nuovo sia plurale: teatro, arena, piazza. Una piazza che appartiene prima di tutto ai cittadini che la abitano, che la animano, e che sono disposti a viverla in modo collettivo. Se esiste il genius loci, quello che abita/infesta l’Arena Shakespeare è proprio quello della disposizione: attori, tecnici, spettatori, durante l’accadimento sono tutti protesi, disposti appunto, alla sorpresa. Non è facile creare questa attenzione totale eppure libera, liberatoria, che viene in qualche modo dal rito ma anche e soprattutto dal bisogno di condivisione. E questa condivisione non serve a dimostrare o a dare risposte: serve a rinnovare una tendenza umanissima, quella del vivere emozioni collettive.

Sarà per questo che il pubblico, alla fine degli spettacoli, non vuole andare via. Il gradiente di energia acquisito e dato durante la rappresentazione è talmente forte da causare risonanza. Gli spettatori indugiano, rimangono seduti, chiacchierano, si spostano in quello che a tutti gli effetti è uno spazio scenico, che non si limita al quadrilatero del palco ma prosegue e si dirama sugli spalti e anche fuori. Forse, da questo punto di vista, coniugare teatro greco e teatro elisabettiano ha contribuito a creare un ambiente che impedisce la spettacolarizzazione e dà invece valore alle immagini create dalle parole, incoraggia un ascolto vicino e attento che vive osmoticamente e pervade attori, musicisti, ascoltatori. Non è semplice fruizione, è vita. Ed è impossibile non accorgersi che, in fondo, quello che rende così speciale l’Arena Shakespeare è che tutti quelli che la abitano sanno di essere lì tutti per lo stesso motivo. Ci tengono tutti a che la magia abbia luogo, una magia gioiosa, una magia che sia possibile portare via quando la serata finisce ma che resti bene impressa sulla memoria. E la memoria di un accadimento come questo è sì una memoria artistica, di cui noi e gli spettatori faremo tesoro, ma è anche soprattutto una memoria civile, di condivisione appunto, e di esperienza piacevole e festosa che nutre mente e corpo senza ricorrere a quegli stratagemmi e a quelle scorciatoie che Brecht chiamerebbe “gastronomiche”. L’attivazione di questa magia, c’è da dirlo, è un’attivazione tutta umana, per niente tecnologica, senza effetti speciali. Questo è il senso di aver accettato questa sfida: sorprenderci e sorprendere tutti quelli che, in una tendenza che rimanda alle radici della nostra civiltà e che nel contempo si lancia verso il futuro, sono stati disposti a sorprendersi e a sorprenderci. E questo è anche il senso più profondo di un teatro che non vuole dimostrare, non vuole rispondere, ma che mettendo al centro del processo le domande e il mettersi sempre in discussione vuole riaffermarsi come popolare, appartenente alla Città. Una Città che, si è dimostrato, abbatte la convinzione secondo la quale si vuole solo quello che già si conosce, ma al contrario vuole sentirsi soggetto del processo produttivo, e non consumatore. Il processo in questione è una necessità condivisa, collettiva nel suo affermarsi come rapporto di uno a uno, necessità di ricercare e di intensificare l’esperienza e quindi la vita. Ce lo hanno dimostrato tutti gli artisti che hanno preso parte a questa stagione, tutti gli spettatori della città e tutti quelli che sono venuti da lontano, tutti quelli che hanno partecipato al primo passo di una nuova apertura che, in tempo di chiusure da ogni parte, fa respirare aria nuova, sotto le stelle. Senza effetti speciali.

Francesco Bianchi

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