PRINCIPI E PRIGIONIERI

L’avventura di una Compagnia di Attori che divenne Teatro

 

di Amedeo Guarnieri e Lucrezia Le Moli Munck

A
Amedeo Guarnieri

La trasmissione di Principi e prigionieri è dedicata ad Amedeo, autore insieme a Lucrezia di questo documentario.

Amedeo se ne è andato qualche giorno fa e desideriamo fare silenzio, insieme a lui.

“Via le luci di sala!”

da Tutti noi del Teatro Due

una produzione Reggio Parma Festival
produzione esecutiva Fondazione Teatro Due

con Roberto Abbati, Paolo Bocelli, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Gigi Dall’Aglio, Paola De Crescenzo, Davide Gagliardini, Giorgio Gennari, Walter Le Moli, Luca Nucera, Tania Rocchetta, Massimiliano Sbarsi, Marcello Vazzoler, Emanuele Vezzoli
e con Pina Bausch, Valerio Binasco, Fabio Biondi, Ninetto Davoli, Filippo Dini, Raffaele Esposito, Fulvio Pepe, Massimo Popolizio, Elisabetta Pozzi, Peter Stein

musica Europa Galante, Alessandro Nidi, Emanuele Nidi, The Karma Keeper
sceneggiatura Amedeo Guarnieri
montaggio Natalie Cristiani
voce narrante, fotografia e regia
Lucrezia Le Moli Munck

È il 1977 quando, a Parma, una Compagnia di Attori dà vita a un nuovo modello di teatro in Italia. Sono sei ragazzi e una ragazza: Gigi, Giorgio, Paolo, Marcello, Roberto, Tania e Walter. Tutti giovanissimi, ma con le idee chiare. Si conoscono dai tempi dei Festival di Teatro Universitario che, negli anni Sessanta, permettono di viaggiare per l’Europa, superando i confini innalzati dalla guerra fredda.

Da lì nasce la storia di quella che oggi è Fondazione Teatro Due, una complessa macchina teatrale il cui cuore pulsante è l’Ensemble stabile di attori. Naturale evoluzione della vecchia Compagnia del Collettivo, l’Ensemble coinvolge al suo interno artisti che provengono da ogni parte d’Italia. Ad attirarli è la facoltà di lavorare con continuità ai progetti, sfruttando la regolarità che solo una vita stanziale è in grado di offrire, un privilegio che gli consente di raggiungere la dignità desiderata, ma che porta con sé un grande senso di responsabilità e un’eccezionale mole di lavoro.
Attraverso una narrazione emozionante, fatta di ricerca di materiale d’archivio e una serie di interviste intime ai membri fondatori della Compagnia del Collettivo, tra cui il padre stesso della regista, Principi e Prigionieri percorre un viaggio lungo oltre cinquant’anni, tracciando le tappe di un percorso umano e artistico che è evoluto nella nascita di Fondazione Teatro Due, un cammino in cui la tenacia e la visionarietà dei suoi protagonisti anticipa, s’incontra e si scontra con i principali cambiamenti sociali e politici che hanno segnato l’epoca contemporanea.

TRAILER

Un bellissimo film onesto e coinvolgente che racconta in punta di piedi l’avventura di quasi cinquant’anni di una compagnia di attori che divenne teatro: una storia fatta di coraggio, ribellione, dedizione, talento… e immancabilmente politica: perché il teatro, quello vero, è sempre politico.

Mariacristina Maggi, Gazzetta di Parma

“È da quando sono bambina che assisto al lavoro della compagnia. Dentro questo teatro sono cresciuta come parte di una famiglia allargata, ho assistito alle prove di spettacoli che hanno definito la mia ricerca come spettatore prima e come artista poi. Ho visto passare innumerevoli vite al suo interno: attori, registi, danzatori, musicisti… Li guardavo ammirata, mi colpiva il fatto che cercassero sempre qualcosa: lavorando, immaginando, combattendo. Ho assistito ai cambiamenti di una compagnia che da gruppo diventava teatro, ho percepito gli entusiasmi, i dissapori, l’esaltazione per le conquiste. Ho visto le responsabilità aumentare. Quando mi chiedevano che lavoro facesse mio padre, rispondevo con un certo orgoglio: Mio papà fa il regista. All’improvviso sembrava che a casa mia si creassero mondi, i bambini mi facevano domande per le quali avevo risposte mirabolanti e mi convincevo che mi invidiassero profondamente, ma forse non era così. Ricordo che, durante l’adolescenza, di teatro non ne volevo più sentire parlare. Era soltanto finita l’infanzia e il modo egocentrico che solo un bambino ha di relazionarsi con l’altro da sé. Mio padre smise di essere solo padre per diventare uomo di teatro, attore, regista, persona non necessariamente riferita a me. Quando una nuova generazione di attori si è insediata, arricchendo le fila della compagnia storica, tutto si legittimò nuovamente, la storia della Compagnia del Collettivo, nell’immaginario mitico di molti, era diventato terreno per costruire il presente. Giovani attori, provenienti da ogni parte d’Italia, abbracciavano gli oneri e gli onori che lavorare a Teatro Due comportava. Provare il pomeriggio per uno spettacolo e di sera andare in scena con un altro e così a ciclo continuo; scegliere che il proprio tempo, il proprio agire sia qui e non altrove, diventare principi di un regno immaginifico e prigionieri di un ruolo assegnato. Farmi voce narrante, raccontare in prima persona la storia di questo teatro, è stato un processo naturale. Lavoro qui da molti anni, sono responsabile di un settore in continua evoluzione che realizza opere audiovisive tra cinema e teatro. Spesso, lavorando a Principi e prigionieri, ho ripensato alle parole di uomo di teatro. A chi gli chiedeva della sua professione, rispondeva così: “Se qualcuno avesse chiesto a me e ai miei amici quale fosse la ragione della nostra furia ostinata, non avremmo saputo rispondere. Noi facevamo teatro perché facevamo teatro. C’era chi doveva stare sul palcoscenico nella luce, rivolgendosi ad altre persone sedute nel buio.

Lucrezia Le Moli Munck

Il Teatro Due, una Storia breve di quasi cinquant’anni.

Certo che voglio perdere la testa, ma voglio cogliere il momento in cui la perdo, e spingere la conoscenza più lontano della coscienza che desiste.

Marcelle Sauvageot

È capitato negli anni che amici danzatori, scrittori, attori, registi non italiani mi esortassero a scrivere una storia del Teatro Due, appassionati dall’unicità del percorso e dall’inguaribile ottimismo che guida ogni trasmissione di esperienza artistica inesorabilmente caratterizzata dal qui ed ora, animati forse da un giusto desiderio di “una quasi eternità” che a me non è mai appartenuto. A quasi Cinquant’anni dalla nascita ci è stata data la possibilità di creare un documentario che raccontasse il nostro viaggio. Un primo scandaglio tra testimonianze, filmati, foto, mappe programmatiche, ricostruzioni, ritrosie, teoria, sentimenti, studio, conflitti, invenzioni, morti, lavoro, lavoro, lavoro, nascite, creazione, tante vite diverse e molta passione. Il Teatro Due: una casa dove la “protezione” e la cura favoriscono la libertà di mettersi scomodi, di rischiare, di poter sbagliare e ricominciare,  dove il risultato finale – sempre provvisorio – è migliore se contiene i semi per nuove colture da far nascere, senza stancarsi. Dove l’andare in scena costituisce solo una parte del cammino per portare se stessi e gli altri, altrove. E questo, vista la fragilità e l’irripetibilità dell’accadimento, non è mai certo, per sempre.

Se facessimo il gioco di scoperchiare il tetto del Teatro e dall’alto osservassimo quello che accade in una giornata tipo dal mattino alla notte, scopriremmo un’operosità simile a quella di un alveare e un’energia affine a quella che scorre in un gymnasium. In un’epoca ossessionata dall’idea che il contemporaneo e il nuovo si affermino a prescindere dalla conoscenza del passato e dall’esigenza di un futuro, qui il tempo dello studio e della ricerca si applica a tutto il corpus del teatro e la trasmissione della Storia, dei saperi e delle tecniche si acquisisce sul campo.

In strettissima relazione all’Ensemble artistico sta l’équipe organizzativa, amministrativa e tecnica della Fondazione Teatro Due, la cui dedizione e cura è pari a quella degli attori che provano una scena, confidando di non trovare mai il proprio porto.
C’è del metodo, in questa follia.

 

Paola Donati
Direzione
Fondazione Teatro Due