Achille è morto, le sue armi – foggiate da Vulcano su richiesta della madre Teti per il figlio – e lo scudo meraviglioso descritto da Omero nell’Iliade, sono contese. Gli Atridi le attribuiscono non ad Aiace, figlio di Telamone re di Salamina, ma a Ulisse, giudicato il guerriero più valoroso dell’esercito. Questo motivo scatena la furia che porta l’eroe a voler trucidare tutto l’esercito greco. Solo l’intervento di Atena impedisce la strage e per punirne l’orgoglio, la dea confonde la mente di Aiace facendogli massacrare una mandria di pecore scambiata dal guerriero per i suoi compagni d’arme. Una volta rinsavito, il figlio di Telamone capisce che il suo gesto lo marchierà di un disonore inestinguibile. Recatosi sulla riva del mare, in solitudine, dopo aver invocato il sole, i fiumi della patria e i campi di battaglia su cui rifulse il suo valore, si uccide. Questa versione della morte di Aiace è alla base della tragedia scritta intorno al 450 a.C. da Sofocle e il protagonista è appunto un uomo reso folle dall’intervento di Atena, un uomo emarginato ed escluso dal consesso dei Greci. E’ elemento di novità nel mito (nelle due tragedie perdute di Eschilo, rifacendosi all’Odissea, Aiace moriva di dolore) e risente della situazione socio-politica dell’Atene periclea: la polis poggia le sue basi su una struttura politica e sociale di tipo collettivistico, ma già abbraccia una visione individualistica rispetto all’agire del singolo. La vita comunitaria è in crisi e il teatro ne capta la fragilità.

Nessun dio accompagna Aiace. Un eroe umano che, nella guerra, vede quello che c’è realmente da vedere. La viltà, il tradimento, l’avidità, la paura dell’amico lo hanno contaminato. Le maschere dell’orrore sono mosche nere che affilano le unghie sul corno di bue. Aiace è un reduce, nessun dio lo aiuta. Le voci si amplificano dentro di lui, l’ingiustizia subita s’ingigantisce, ma non può farsi indietro, è incapace di desiderare il male degli altri. Ma le mosche ronzano sempre più insistenti, poi una improvvisa calma e tranquillità,  finalmente esce, saluta la moglie. S’incammina verso il fiume, va a lavare la grande spada dai grumi della guerra. Col suo sangue.

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