Gelida e altera, consapevole del proprio fascino eppure fragile nella sua intima frustrazione, nella sua incapacità di vivere serenamente la propria femminilità, ossessionata dal successo e rapita da un vortice di egoismo, rivalità, deleteria intransigenza: Hedda Gabler è una delle più problematiche, febbrili e seduttive figure femminili del teatro mondiale.

È a questo personaggio e alle suggestioni dell’opera di Henrik Ibsen che il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia con la compagnia ENFI Teatro si rivolge, intraprendendo un significativo itinerario nella grande drammaturgia classica europea. Antonio Calenda affronta Hedda Gabler dirigendo nel ruolo del titolo Manuela Mandracchia, interprete sensibile, uno dei nomi di spicco dell’attuale mondo teatrale italiano.

 

Dopo la morte del padre, il generale Gabler, con cui aveva condotto vita altolocata, la giovane Hedda sposa per interesse un mediocre intellettuale piccolo borghese, Jørgn Tesman. Rientrata dalla luna di miele, Hedda appare del tutto insoddisfatta della sua nuova vita, annoiata, confusa dalla sua stessa femminilità enigmatica e ancor più dal fatto di essersi scoperta incinta, stato che invece il marito non sa intuire. La confusione aumenta quando riappare Løvborg, antico amore di Hedda, scrittore, tutto “genio e sregolatezza”. In un vortice di egoismo, in un cieco slancio di controllo del destino altrui, Hedda si isolerà e rimarrà distrutta.

«È in questo tormento scuro – commenta il regista – la chiave che rende moderni i personaggi di Ibsen, ciò che di loro conquista tuttora artisti e pubblico. Trovo da questo punto di vista molto significativo un prezioso intervento di Roberto Alonge, che sottolinea come Ibsen appaia come una sorta di gemello, forse ancor più geniale, di Freud. Capace di scavare nel pozzo nero dell’inconscio e di raccontare attraverso il suo teatro inquietudini di assoluta attualità: se da scienziato Freud esterna le proprie scoperte, Ibsen lo fa da artista… Depista, accenna, occulta, ma dalle pieghe del linguaggio, dalle ombre interiori è facile intuire quanti fantasmi incestuosi padre-figlia popolino la scena, quanti drammi psicologici, quanto l’oscurità abbia da rivelare».

 

I pensieri non si lasciano governare – potrebbe essere racchiusa in questa battuta della protagonista la chiave alla cui luce leggere il nuovo spettacolo di Antonio Calenda, che si è concentrato sul tormento scuro dei personaggi, sullo scavo psicologico, sugli effetti dirompenti del “non detto”, sui lati misteriosi delle figure che animano un testo prodigo di piani di lettura, percorso da mille intuizioni e induzioni sussurrate, accennate, celate appena… sono esse a rendere il capolavoro così antesignano, espressivo, avvincente.

Scritto nel 1890 e andato in scena – con accoglienza gelida per la sua vis provocatoria l’anno successivo al Residenztheater di Monaco, Hedda Gabler pone al proprio centro una figura che si discosta profondamente dall’ideale femminile coevo ad Ibsen.

Ancora intessuto di fili naturalistici ma anche di potenti suggestioni metafisiche, attraversato dagli influssi di Kirkegaard, ma anche da quelli di Balzac e di Dumas fils e di molta fondamentale letteratura tedesca che l’autore approfondì nei suoi oltre vent’anni di peregrinazioni fra Roma e la Germania, il teatro di Ibsen non nega i confini del teatro borghese ma li abita con inquietudine, attraverso storie di tragedia quotidiana, aspre e palpitanti d’anticonformismo, che obbligano il pubblico a un proprio chiaro atto di coscienza e interpretazione.

I personaggi, soprattutto le creature femminili, esprimono sempre uno o più nodi tematici che stanno a cuore all’autore, senza però apparire mai esemplificativi: conservano tutta la loro vibratile complessità, vivono ogni chiaroscuro, ogni contraddizione e ciò assicura ai loro profili ed ai loro conflitti dirompenza emotiva.

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