Hikikomori è un termine ormai di uso corrente nel Sol Levante che anche in occidente sta, tristemente, diffondendosi: un fenomeno sociale, che coinvolge milioni di giovani, per lo più adolescenti maschi e figli unici, che si autorecludono, rimanendo in contatto con il mondo solo attraverso la rete. Un fenomeno fortemente legato allo sviluppo delle nuove tecnologie e all’influenze che queste hanno nella comunicazione, nelle relazioni e nelle percezioni. A questo tema è dedicato lo spettacolo omonimo prodotto da Teatro Due, che debutterà il prossimo 18 novembre a Parma, diretto da Vincenzo Picone, e a questo tema è stato dedicato un incontro in cui protagoniste sono state Vincenza Pellegrino, antropologa e sociologa dell’Università degli Studi di Parma, e Giulia Sagliocco, psicoterapeuta dell’AUSL di Napoli.

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L’incontro, seguito da diversi professionisti del sociale che lavorano a stretto contatto con i ragazzi, e da molti interessati all’argomento e al teatro in generale, è stato introdotto da alcune letture tratte dal testo di Holger Shober su cui si basa lo spettacolo: Gian Marco Pellecchia (in scena H.) e Laura Cleri (in scena La Madre) hanno così condotto i partecipanti nel mondo di un Hikikomori qualunque, per anticipare gli interventi delle due esperte.

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Vincenza Pellegrino ha riportato dati sconcertanti: in Emilia Romagna, fra i ragazzi dai 15 ai 29 anni il 19,7% è classificabile come NEET, acronimo inglese che individua coloro che non sono coinvolti in alcuna attività sociale, non studiano, non lavorano, non fanno formazione. Una condizione le cui cause sono soprattutto da ricercarsi in contesti famigliari iper-protettivi secondo la Pellegrino, che generano nei ragazzi una fragilità e una debolezza molto forti, a causa delle quali non riescono a confrontarsi e scontrarsi con il mondo esterno. “Una fragilità individuale esasperata da un investimento su di loro che non trova riscontro poi nel mondo. Una sorta di malattia per la delusione, in cui il ragazzo si trova a passare da una iper-nutrizione a un affamamento” ha spiegato la Pellegrino. E’ lo spazio pubblico e la sua percezione che sono radicalmente mutati negli ultimi 10/20 anni e lo scontro generazionale tra giovani e adulti oggi si gioca proprio su questo terreno scivoloso e ambiguo, che riguarda la rete e gli spazi pubblici così come venivano concepiti nel XX secolo.

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Ai giovani non è più consentita una vera e solida occupazione dello spazio pubblico, sia in termini fisici che in termini esperienziali e intellettuali, così si rivolgono a spazi cosiddetti “terzi”, illimitati nel tempo e nello spazio: quelli del web.
In Marocco i NEET sono chiamati “sostenitori di muri”, in Europa “occupatori di divani”: due condizioni molto simili, che presuppongono però una percezione molto diversa dello spazio, nel primo caso pubblico, nel secondo privato.
I nuovi spazi dell’identità pubblica sono on line. E’ qui che i ragazzi trovano la possibilità di comunicare e costruire la propria rappresentazione. Ed è qui che si rintanano, in fuga da un mondo che non sentono più in grado di accoglierli, scoprendo nuove forme di esercizio del sé.

Giulia Sagliocco ha portato avanti il discorso iniziato da Vincenza Pellegrino, concentrandosi più sugli aspetti patologici, o meglio fisiologici in prima istanza e a rischio patologico in seconda. La psicoterapeuta ha ragionato sui lati oscuri dell’adolescenza, che curiosamente emergono molto vividamente da alcune opere dell’arte moderna (Munch, Degas…): un momento di criticità esistenziale dolorosa, che in questi esempi artistici si manifesta nella sua levità ma anche e soprattutto nella sua fragilità. La Sagliocco ha proposto poi un confronto tra pazienti psicotici e adolescenti, i primi affetti da patologia mentale, i secondo colti in un momento della propria vita in cui la propria fisiologia li mantiene al limite della patologia. Ed è proprio questo limite sottile tra fisiologia e patologia che è difficile da individuare e rischioso da sollecitare. La disarmonia delle proprie parti del corpo, la dissociazione, il vissuto di un Io non ancora formato e in perenne sollecitazione, sono tutti elementi che fanno degli adolescenti degli attori mimi, muti e mimetici, camaleonti che hanno la necessità di camuffarsi con l’ambiente circostante.
Nella sua esperienza la psicoterapeuta ha colto che secondo molti famigliari dei ragazzi che si auto-recludono il computer possa essere la causa di questa sofferenza, ma in realtà le ragioni sono molto più profonde; per il terapeuta poi il computer è una finestra, uno strumento, un’arma di dialogo con loro.

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