con Ida Marinelli (Ljubov’Andreevna), Elio De Capitani (Gaev), Ferdinando Bruni (Lopachin) e Elena Russo Arman (Varja), Angelica Leo (Anja), Luca Toracca (Piscik), Vittorio Attene (Trofimov), Cristina Crippa (Duniasha), Alessandro Genovesi (Epichodov), Corinna Agustoni (Charlotta Ivanovna), Fabiano Fantini (Firs), Alessandro Federico (Jasha) musiche Filippo Del Corno eseguite da Sentieri Selvaggi luci Nando Frigerio suono Jean-Christophe Potvin uno spettacolo di Ferdinando Bruni

Un’enorme tenuta che va alla malora, un frutteto che una volta all’anno, nel mese di maggio, si copre di fiori bianchi e diventa “giardino”, simbolo di rimpianti, speranze e sogni. Ogni anno il ciclo delle stagioni si compie, e ogni anno il giardino ritorna giovane, ricomincia la sua vita. A contemplare questo miracolo per l’ultima volta, riuniti nella grande casa dell’infanzia, i personaggi della commedia non possono che scorgere su di sé, ognuno nell’altro, i segni del tempo che passa, il miracolo che su di loro non si compie, l’approssimarsi di una resa dei conti col proprio destino. Nell’arco di un’ultima estate si compie una vicenda fatta di nulla ma che attraverso il chiacchiericcio inconsistente che copre la disperazione, attraverso pause di silenzio da riempire subito di risate o di lacrime, lascia intrasentire “il ridacchiare del tempo, quel galoppo da padrone”, lascia intravedere la ferite della vita che se ne va “senza averla vissuta”. Undici attori, sotto l’attenta direzione di Ferdinando Bruni, mettono in gioco la coralità, la sensibilità e la maturità di un gruppo e delle sue singole personalità, nell’allestimento di questa commedia rarefatta, buffa e disperata che ha per protagonista il tempo e il suo trascorrere nella vita degli individui e del mondo. La regia colloca i quattro atti del Giardino dei ciliegi in una specie di limbo, l’antica stanza dei bambini, che è simbolicamente punto di ritrovo per la famiglia di Ljuba, fra oggetti concreti, ma carichi di valenze evocative: la lavagna con l’alfabeto cirillico-europeo, i tabelloni illustrati per imparare il francese (la lingua dell’aristocrazia e dell’esilio), gli uccelli impagliati, prigionieri di una vita artificiale, oggetti che piano piano andranno sparendo, recidendo legami col passato, fragili e malati, lasciando spazio alla durezza impietosa del presente o alle utopie luminose del futuro.

TEATRIDITHALIA
in collaborazione con Teatro La Nuova Fenice/Comune di Osimo e Amat

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