Fehrbellin 1675. La notte prima della decisiva battaglia contro l’esercito svedese che ha invaso la Marca del Brandeburgo, il giovane Arturo, principe di Homburg, comandante della Cavalleria, in uno stato di sonnambulismo intreccia un serto di alloro nel parco del castello… In uno spazio neoclassico sospeso e irreale gli attori daranno vita, con la fluidità, la precisione e la vaghezza tipica dei sogni, a una vicenda fortemente drammatica e incalzante, in cui l’immaginazione (e l’inconscio che la determina) si presenta come forza fondamentale per decidere la vita, il suo senso e il suo destino.

“Tutto è sogno, in questo dramma”, annota il grande drammaturgo tedesco Botho Strauß, e non c’è modo migliore per restituire l’essenza de Il Principe di Homburg di Heinrich von Kleist. Mettere in scena oggi questo testo non è solo ricordare il duecentesimo anno della morte di Kleist, ma significa fare il punto della tenuta culturale e umana della poesia di uno tra i più sconvolgenti e contradditori poeti drammatici del passato. Mettendo in scena Il Principe di Homburg ho scelto di concentrarmi non tanto sul dramma di chi si trova dilaniato tra sentimento e legge, libertà e obbedienza, inconscio e norma, ma sulla proposta kleistiana (tutta moderna) di una possibile soluzione: da ogni conflitto si esce grazie a un sogno. Non importa se è destinato a cedere e crollare sotto il principio di realtà. Questa non è assoluta: in essa si può annidare un altro sogno in grado di metterla in discussione, e così via all’infinito. Senza sogno, senza la sua forza, non c’è vita.

Ceare Lievi

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