In un tempo come questo, esposti ad un’aria violenta, a un vento di tempesta che da un lato porta le scorie del grigio presente e dall’altro sembra anticipare le scariche elettriche di un temporale come l’Europa non ricorda da tanti, mai troppi anni, in un tempo come questo ci si chiede spesso: “che fare?”.

E se la domanda risulta da subito banale, vecchia, o addirittura mal posta, è forse utile spostare l’attenzione (un’attenzione ormai saturata e sottilissima, un’attenzione-farfalla) dalle parole a quel ritorto segno alla fine della frase.

Deve volerci una fatica, seppur minima, per non fermarsi a scrivere o a pronunciare quella frase e invece continuare e tracciare quel segno, quel punto di domanda, quella modulazione della voce che marchi la domanda. La domanda. Fare una domanda non è necessariamente aspettarsi qualcosa. Anzi, è un’azione piccola, sicuramente una fatica minima, che però scardina tutti gli equilibri. Perché che la risposta ci sia o meno, una domanda posta è un disequilibrio.

Lettere a Nour è un testo scritto da uno studioso musulmano che vede in scena due personaggi musulmani. È scritto in francese, che è una lingua europea, e verrà rappresentato in Italia, in italiano. Lo scrittore, Rachid Benzine, è uno studioso francese di fede islamica, un islamologo. La trama, in apparenza, ricalca un tema molto frequentato dal teatro di ogni tempo: il difficile rapporto generazionale, ideologico e umano tra un padre e una figlia. Che sono poi gli unici due personaggi che vediamo in scena (interpretati da Franco Branciaroli e Marina Occhionero). E allora cosa c’è di diverso?

Ecco, un’altra domanda.

C’è di diverso che il personaggio del padre, un religioso islamico francese, con una vita dedicata alla fede ma proiettata verso l’apertura e la convivenza in un paese plurale come la Francia, scrive delle lettere a una figlia che non è più con lui. Non è più con lui perché, musulmana anche lei, ha scelto di sposare un integralista e seguirlo nel Califfato. In pratica, ha deciso di arruolarsi nello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria e di onorare i tentacoli più violenti e repressivi della fede islamica. C’è di diverso che suo padre in queste lettere fa alla figlia delle domande.

In un meccanismo a scatole cinesi, le domande (e le risposte, date o mancate) che avvengono in scena sono il risultato delle domande di Benzine, un intellettuale che da sempre incoraggia il dialogo e la comprensione delle differenze religiose e morali nell’ottica di una condivisione, e che da sempre condanna il fratello che si scaglia contro il fratello e l’uomo che odia un altro uomo. E quelle domande, più mille altre, più tutte quelle che possono venire in mente, vengono anche a noi. Vengono anche noi se condividiamo la storia, il racconto, la recitazione di due attori che danno parola viva a un conflitto di idee, di credenze, soprattutto di vita.

Il teatro migliore, non è mai di troppo ripeterlo, fa fare delle domande. Uno spettacolo come Lettere a Nour, che indaga da dentro un fenomeno (la radicalizzazione) all’interno di una cultura (quella islamica) che si interfaccia in modi molto disparati (da quello dell’integrazione a quello orribile e violentissimo degli assassinii e degli attentati) con la nostra geografia e la nostra cultura, l’Europa, fa proprio questo. Non spiega, non risponde, ma esplora un fatto plurale con cui tutti noi ci interfacciamo ogni giorno e rispetto al quale è veramente troppo facile crearsi dei pregiudizi, delle armature, delle ragnatele, delle infezioni di razzismo o di rifiuto.

In un tempo come questo, in quest’aria fatta di vetri taglienti e di fumi di intolleranza, farsi delle domande può essere molto utile. Facciamocele a teatro.

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