L’uomo del destino è il primo testo in cui Shaw si cimenta con un grande personaggio storico, Napoleone Bonaparte. La commedia, scritta dal premio Nobel inglese nel 1894-97, è congegnata come una partita a scacchi, in cui l’intelligenza e l’astuzia dei due protagonisti sono il centro di una serie di vicende attraverso cui Shaw denuncia con causticità e umorismo la falsa coscienza inglese, evidenziando il vizio coloniale della società vittoriana chiusa e bigotta.

Napoleone, eroe, guerriero, icona della forza e del potere, è qui colto due giorni dopo la battaglia di Lodi, tra le truppe francesi ed austriache. Ancora all'inizio della sua carriera, Show lo rappresenta in una piccola taverna di Tavazzano, alle prese con una misteriosa signora dalla quale deve riavere dei dispacci che lei aveva sottratto con l'inganno ad un ufficiale. Il pubblico incontra così un Napoleone “spogliato della sua aura napoleonica”, ha detto Gigi Dall’Aglio, “e investito di un carisma reale, non costruito o monumentale. Shaw lo propone come un carattere dall’intelligenza pronta e dalla capacità di liberarsi sempre delle convenzioni e dei luoghi comuni. L’autore suggerisce l’idea che l’uomo sia straordinario quando dimostri la capacità di affrontare in maniera diretta, pragmatica e laica le cose, non per quello che si costruisce intorno alla sua figura. È un messaggio per la contemporaneità: spogliare le figure della loro mitologia e restituire il senso delle cose al di là dei pregiudizi.”

“Questo testo mescola con molta abilità meccanismi narrativi e psicologici; – prosegue Dall’Aglio – Si tratta di una sorta di testo a tesi nascosta. Disegnando una finta psicologia dei personaggi l’autore mette in atto un grande meccanismo teatrale che porta lo spettatore a giungere a precise conclusioni. In questo caso l’intenzione dell’autore è esaltare il pragmatismo laico, la tesi nascosta è dunque un riconoscimento alla vita pratica e alla libertà nei confronti dei preconcetti e dei pregiudizi. Questa modalità drammatica era molto amata da Brecht per il suo vago sapore epico. Si tratta dunque di un testo apparentemente psicologico che sembra invocare l’immedesimazione nel personaggio, quando in realtà il personaggio è costruito mostrandolo nella sua funzione. Shaw però, a differenza di Brecht, si perde nel piacere della parola, anzi per dirla tutta, della chiacchiera. Abile e chiacchierone, Shaw rende verbose queste schermaglie che in realtà sono scontri di forze dialettiche. È un modo di scrivere che oggi ha qualcosa di vintage, funziona perché ha un sapore che il teatro ha già conosciuto e che è interessante recuperare”.
Shaw pensava che il teatro dovesse essere una fabbrica di pensiero, un suggeritore per la nostra coscienza, un rivelatore della realtà sociale. Utilizzando dunque la figura di Napoleone, mito moderno dell’uomo di potere, che è arrivato a stupire persino se stesso, ne propone la fragilità, la ubris, il destino di sconfitta per rendercelo fraterno, vicino, identificabile e popolare.

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