A Elisabetta Pozzi, che nella sua carriera d’attrice ha dato voce a molte eroine tragiche, viene data “carta bianca” per una nuova esplorazione dei più grandi ruoli femminili della classicità. Cassandra, Clitennestra, Medea.
Medea è una figura che esce dall’antichità e ci pervade per il suo essere profondamente moderna forse perché alla base della sua vicenda resta sempre potente il dramma della diversità in senso lato e la difficoltà di accettare lo straniero. Per affrontarla Elisabetta Pozzi si avvarrà non solo dell’immenso materiale teatrale assimilato negli anni, ma anche di una più sottile ricerca psicanalitica, filo conduttore dell’ultima “lezione spettacolo” che compone l’ affascinante trittico Un’Attrice nel Mito: Carta Bianca a Elisabetta Pozzi.

“Forse il cuore della tragedia greca sta qui, in Medea, la donna, la sposa, l’amante, la maga e la madre. Donna come le grandi eroine tragiche, Sposa di Giasone e da questa sua condizione muovono tutte le azioni della tragedia, Amante e quindi mossa dalla grande passione, Maga e quindi diretta discendente delle divinità, Madre e per questo così attaccata alla sorte dei figli. Possiamo quindi dire che tutto muove dall’incontro-scontro tra i vari corpi di Medea, tra i vari impeti di Medea, tra la sua passione e il suo volere, dove la passione è più forte del volere. “So bene quali mali sto per compiere, ma la passione, che è causa per gli uomini delle sventure, è più forte di ogni mio volere”. Una donna dunque che agisce con impeto e con passione ma non per questo incapace di pensieri lucidi e meditati, una donna in bilico tra l’amore e la sapienza, dove l’amore ha un ruolo però primario, ha un ruolo di motore che fa muovere tutta la tragedia e tutto il percorso di Medea. Si dice infatti nella tragedia : “Cipride effonde miti brezze, inviando compagni alla Sapienza gli Amori, coadiutori di ogni virtù”. E sarà proprio questo stare in bilico, questo riflettere tra Sapienza e Amori da cui partirà il nostro incontro con l’eroina di Euripide, una Medea la nostra che partendo dall’amore per Giasone arriverà all’atto estremo, l’uccisione dei figli, come un rito dal quale non poteva fuggire, un gesto estremo ma così carico di significati. E così da Apollonio Rodio, a Müller, alla Woolf, passando per Bellini, si dipanerà tutto il racconto come descritto e scritto da Euripide.

Andrea Chiodi

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