Un prete si confessa a un Arcivescovo: parla della solitudine, dell'infanzia, del sacerdozio, degli abusi subiti, di quelli inferti. Seguendo il racconto della sua lenta e inconsapevole deriva verso il male assoluto, da bambino incapace di dire “no” ad adulto impossibilitato ai sentimenti, il pubblico viene portato nella mente e nell’anima di un uomo di Dio, di un assassino, che prende la forma di una strana, raggelata stanza dei giochi. Un coagulo di memorie infantili mai articolate in coscienza adulta, uno sconcerto di voci dal passato che reclamano attenzione. La banalità del male prende l’aspetto di un bambino sensibile, intrappolato in un corpo adulto e tormentato, portato in scena da Salvatore Cantalupo (già interprete di Gomorra di Matteo Garrone, recentemente Don Mario in Corpo celeste di Alice Rohrwacher).

 

Le prime cose che mi hanno colpito nel leggere il potente testo di Laura Forti sono proprio gli odori. E i sapori. Odori che contengono in sé una strana ambivalenza, che sono insieme inebrianti e un po’ nauseabondi, familiari ma capaci, al tempo stesso, di stordire. E questi odori abitano ambienti desolati e come sospesi: cortili di caseggiati popolari, colonie estive, sagrestie, aule di seminari, refettori, corridoi di vecchie scuole, dormitori, modeste canoniche; luoghi spesso colti in una specie di tempo fermo, in uno iato dell’esistenza o in un torpore della coscienza in cui tutto è possibile, e può accadere di attraversare, con leggerezza e distrazione, soglie da cui non si torna indietro. Odore di santità racconta questa lenta e inconsapevole deriva verso il male assoluto di un bambino incapace di dire “no”, che ha capito che il solo modo per placare la sua angoscia, per sentirsi meno solo e indifeso, è quello di compiacere gli adulti che lo circondano, di anticipare le loro aspettative e soddisfarle. Dimenticando se stesso. E al di sopra di tutto un Dio che non irradia alcun amore, neanche lui.

Massimiliano Farau

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