Abbiamo deciso di centrifugare in modo irriverente le cronache della guerra di Troia.

Rimescolando le carte.

Un Mahabharata Bollywoodiano dove tutto è già avvenuto.

Nel camping di battaglia gli eroi greci imbolsiti tentano il tutto per tutto con una guerra bricolage.

Donne bambine di una bellezza amara danzano come falene, e mordono come lupe, ostaggio di un esercito di uomini ingrassati nei loro pantaloni.

Le donne partono per il viaggio verso loro stesse, detentrici di forza, il loro midollo tenuto prigioniero esige liberazione.

Resta un popolo che ha una sola possibilità di ricominciare: stare lì, rimanere dove nessuno vorrebbe essere, in uno spazio tra la guerra e un nuovo equilibrio.

Potrà esserci bellezza in una terra distrutta?

Da dove comincia la ricostruzione?

I corpi che rimangono sono il futuro.

E i nostri corpi maldestri ci fanno morire dal ridere anche nella tragedia.

L’archetipo maschile e femminile si confrontano in quest’opera, e i loro corpi diventano mitici tanto da confondersi con il cielo, come se tutto tornasse immenso spazio e natura.

Vogliamo cogliere il mistero simbolico che si cela dietro questo lamento, e per noi è qualcosa di estremamente umano e fragile e ridicolo, come le piccole vite che stanno dietro la storia.

Il nostro paradiso è il vuoto dove si tenta di ricominciare.

L’ultimo accampamento, dove i pensieri e le convinzioni si confondono.

Michela Lucenti

 

Paradise è inserito nel progetto ArtsYard, cantiere internazionale per la formazione dello spettacolo.

 

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