Quando il piccolo peso prepara il suo destro.

Padre e madre parti di noi

del viaggio

poi si è soli

forse pronti

non si tratta di essere forti ma di mordere

l’ossessione la nostra battaglia

quello che ora stiamo capendo è quello che c’è da capire

non si può aspettare

nessuna lezione da prendere ancora

solo libertà e convinzione

poi bisogna non aver paura e lì si capisce se davvero abbiamo imparato l’azione

 

Immaginiamo che tutto sia una prova infinita

la mise en espace ci da soddisfazione negli ultimi giorni

poi c’è il giorno della prima e niente sarà come avevamo pensato e non sarà importante

 

Ci proviamo. Ci proviamo a fare arte, a mettere l’accento sulle cose importanti della vita, radici, lotte, morti e rinascite interiori, palpiti adolescenziali, ribellioni adulte, atmosfere suoni colori… Tanti  gesti e parole che si accumulano intorno a un fulcro che non vogliamo sappiamo possiamo più affrontare direttamente. E poi finalmente succede. Metto a fuoco il centro. Non mi spavento. Nasce un’invocazione, che sarà necessariamente puerile, anacronistica, ridicola, roboante, indicibile, inagibile. Interrotta, ripresa, di nuovo interrotta. Ma che per miracolo ce la fa, e si solleva al di sopra del nostro stesso sarcasmo, leggera e timida. Oso dirlo? Posso stupirmi? Ecco, lo dico: sono grata. Della mia storia di merda, sono grata. Della notte del disincanto sono grata. A chi mi ha creato illusioni su questo mondo sono grata, così come a chi me le ha distrutte. A chi mi ha cibato e dissetato e pettinato, a chi mi ha indicato il cammino sono grata. Posso provarci ancora? Posso provarmici ancora? Sono abbastanza in luce? Mi vedete?

Michela Lucenti

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