Una specie di Alaska è una commedia terribile, un incubo, dura come una relazione scientifica e struggente come un mélo. Ispirata all’opera Risvegli di Oliver Sacks, in cui racconta le esperienze dei suoi pazienti affetti dell’encephalitis letargica,
l’opera di Pinter si concentra su Deborah, una ragazzina rimasta ‘addormentata’ per quasi trent’anni. Al suo risveglio è convinta di andare alla festa del suo compleanno, con il vestito che la mamma le ha preparato; ma non c’è nessuna festa, non ci sono più né padre né madre, c’è solo una donna ‘vecchia’ di quarantacinque anni, lei stessa.
 Ad aiutarla nel suo nuovo contatto con il mondo ci sono la sorella Pauline e un amico di famiglia, il dottor Hornby, che ha sperimentato la medicina (la l-dopa) su di lei.
Gli spettatori divengono i ravvicinati testimoni nella camera d’ospedale in cui si svolge la storia. Sara Bertelà (premio Le Maschere del Teatro 2013 come migliore attrice protagonista per lo spettacolo Exit di Fausto Paravidino), nei panni di Deborah, affiancata da Orietta Notari e Nicola Pannelli, conduce il pubblico in un clima sospeso – “… in una specie di Alaska”, per l’appunto – tra un presente assurdo dove non riesce a collocarsi e quel tempo ‘bianco’ e freddo, non vissuto e rubato, che non tornerà più.
Torna una sconvolgente regia di Valerio Binasco, reduce dallo straordinario successo dei suoi ultimi spettacoli shakespeariani: il regista ci conduce nella misteriosa dimensione del tempo, che scorre e si trasforma, anche nel silenzio del coma. Essenziale, poetico, struggente, a tratti ironico, lo spettacolo di Binasco ci mostra “il destino degli uomini, cui il tempo perduto vivendo serve solo a prepararsi alla resa. Questo è l’unico vantaggio che Pauline e Hornby hanno sulla piccola Debby. Un vantaggio enorme. E inutile.”

“Il regista Valerio Binasco porta in scena con intelligente inventiva la storia di Deborah che dopo 29 anni si risveglia e i suoi occhi di ragazza si sperdono nel nuovo sogno di realtà, spaventati, afflitti, terrorizzati, allegri, vitali, e guida Sara Bertelà, bravissima, lungo una emozionante interpretazione che dal risveglio conduce al dover forgiare una nuova vita o rifiutarla come impossibile.” (Maga Poli, Corriere della Sera)

“La bravissima Sara Bertelà sa rendere in modo lenticolare in un batter di ciglia, una torsione delle membra, una semplice stilla di sudore. Uno spettacolo che emoziona e insieme pone inquietanti interrogativi alla nostra ragione.”
(Roberto Barbolini, Il giorno Milano)

“Giustamente e opportunamente e suggestivamente la regia di Valerio Binasco colloca l’azione a ridosso della platea, col letto nel quale giace il personaggio che si trova praticamente a pochi passi dagli spettatori: non è solo questione di una vicinanza fisica che a tratti si fa persino imbarazzante. In questo modo, di fatto, egli espone l’attrice, la straordinaria Sara Bertelà, a una sorta di rito sacrificale, la spinge a una simbolica offerta di sé, allo svelamento di una sconvolgente nudità interiore. Gli occhi arrossati, il pallore latteo della pelle accentuato da luci impietose, i calzerotti e la dozzinale camicia da notte rosa non sono che le testimonianze concrete della ricerca di una sofferente verità umana. La Bertelà, per l’occasione, sfoggia una prova interpretativa assolutamente fuori dal comune: parla con un’agghiacciante voce infantile, ride scioccamente come una bambina, passa in un attimo da ingenui stupori a improvvisi accessi di rabbia e di sospetto.” (Renato Palazzi, MyWord.it)

 “Ora, in uno spettacolo assai ben dotato di minuziosa, asettica e umana regia di Valerio Binasco, a misurarsi con l’immobilità reduce dalla catatonia di questa Deborah è Sara Bertelà, mai così esemplare nell’autocontrollo di un personaggio che torna a “viversi”, che ha volto esangue, occhi rossi e lucidi, toni deboli e arti anchilosati capaci di darti emozione quando con una risata piangente tenta di scendere dal letto. Lei ce la fa, a dare il massimo col minimo. Anche sussurrando domande del tipo “quanti anni ho?” e “sono bella?”, non capacitandosi dei quasi tre decenni trascorsi. E le sono accanto in perfetto equilibrio l’umile sorella sempre presente e testimone dell’età, Orietta Notari, e l’amico-dottore che solidale la custodisce, Nicola Pannelli” (Rodolfo di Giammarco, Repubblica)

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