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Forse ho raggiunto l’età in cui gli occhi si sono inariditi per sempre come fiori secchi schiacciati tra le pagine di un libro.Forse ho dimenticato… ma credo che mai dei versi, per quanto belli, per quanto commoventi fossero, mi abbiano fatto piangere. Senza dubbio, ero più sensibile alla bellezza delle parole, al gioco sonoro, che non all’emozione provata, alla tragedia

dei termini. (…) Più di vent’anni fa, dunque, mi portarono, tradotti dal greco, versi di un poeta che non conoscevo affatto: dovevo correggere il francese della traduzione. Tutt’a un tratto quella poesia mi fece venire un nodo alla gola, e lo strano fu che in seguito, quasi ogni volta che mi toccò rivedere i versi più o meno ben tradotti di questo sconosciuto, mi sono sempre sentito, come la prima volta, incapace di padroneggiare i miei occhi, di trattenere le lacrime. Ai tempi di quella prima volta Ghiannis Ritsos, di cui non sapevo nulla, era deportato nelle isole, o in prigione da qualche parte, ma, che mi crediate o no, io l’avevo dimenticato…non era per questa ragione, ve lo giuro, non era per questa ragione! Quante volte in seguito la cosa si è ripetuta? E’ come se questo poeta possedesse il segreto della mi anima, come se lui solo sapesse, lui solo, capite, turbarmi in questo modo. Ignoravo inoltre che fosse il più grande poeta vivente di questo tempo che è il nostro; giuro che non lo sapevo. L’ho appreso a tappe, andando da una poesia all’altra, stavo per dire da un segreto all’altro, perché ogni volta era il turbamento di una rivelazione quello cheprovavo. La rivelazione di un uomo, e quella di un paese, le profondità di un uomo, e quelle di un paese (…).

L’arte di Ritsos va oltre le definizioni: dalle grandi poesie che negli anni Cinquanta gli valsero – era da poco uscito da un campo di concentramento – il Gran Premio Nazionale Greco di Poesia, fino a questi brevi singhiozzi degli ultimi tempi, il genere di versi che si può scrivere usando le ginocchia per tavolo nelle isole, quando queste isole si chiamano Makrònissos, Ghiaros, Leros… Ognuno vi troverà il proprio cuore e la propria piaga. Ricordo quella poesia straordinaria sui ciprioti in lotta contro gli occupanti inglesi, un patriota nascosto in una caverna dove finirà per morire affumicato, bruciato, le parole dell’ultimo momento che l’eroe non ha potuto pronunciare, ma che hanno così poco a che fare, per la loro stessa grandezza, con la letteratura eroica… come sempre, in Ritsos, ove il patetico è nella semplicità delle cose… ma non la preferisco certo, per esempio, a La sonata al chiaro di luna, che è soltanto il sussurro di un’esistenza comune; e poi ci sono tutte le poesie che parlano di una casa, di un essere umano di cui non c’è altro da raccontare che la vita. Come sono orgoglioso di averle conosciute un po’ prima di tutti gli altri, da un capo all’altro dell’Europa, come se il dio-toro me le avesse portate sulla sua schiena possente!

Sono qui, davanti ai pochi libri di suoi versi pubblicati in questo paese, e attraverso i quali altri paesi hanno saputo che c’è ancora in Grecia un canto nato per durare secoli… sono qui, davanti a questi pezzi di carta, a questi manoscritti, a queste lettere, come se non esistesse niente di più prezioso al mondo, come se la scrittura trasparente e pura, che sembra smentire sempre l’impassibilità del volto, la bellezza delle statue, non fosse velata dal gocciare delle lacrime. Una a una. Senza clamore. Come una lunga, ammirevole modulazione del silenzio… In questi ultimi anni abbiamo provato paura, un’orribile paura per lui, per Ritsos, che io ho forse il diritto, pur senza averlo mai conosciuto, di chiamare mio amico, così come vantiamo, così come ci permettiamo di amare un fratello sconosciuto che abbiamo solo sentito, qualche volta, passare cantando nella notte.

Louis Aragon

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