Non si uccidono così anche i cavalli?

di Horace McCoy
traduzione e adattamento Giorgio Mariuzzo
con Roberto Abbati, Alessandro Averone, Maurizio Camilli, Andrea Capaldi, Cristina Cattellani, Ambra Chiarello, Laura Cleri, Andrea Coppone, Paola De Crescenzo, Massimiliano Frascà, Francesco Gabrielli, Filippo Gessi, Luchino Giordana, Francesca Lombardo, Michela Lucenti, Luca Nucera, Massimiliano Sbarsi, Emanuela Serra, Giulia Spattini, Chiara Taviani, Teresa Timpano, Nanni Tormen, Marcello Vazzoler, Chantal Viola
adattamento musicale / pianoforte Gianluca Pezzino voce Carlo Massari clarinetto / sax Paolo Panigari contrabbasso Francesca Li Causi batteria Gabriele Anversa voce Carlo Massari direzione allestimento Mario Fontanini costumi Marzia Paparini fonica Andrea Romanini direzione di scena Chantal Viola luci Luca Bronzo scrittura fisica Michela Lucenti assistente alla scrittura fisica Carlo Massari regia Gigi Dall’Aglio assistente alla regia Agnese Cesari
produzione Fondazione Teatro Due in collaborazione con Balletto Civile

Dall’incontro dei due nuclei artistici di Teatro Due, l’Ensemble Attori Teatro Due e Balletto Civile, è nato Non si uccidono così anche i cavalli?, tratta dall’omonimo romanzo di Horace McCoy (They Shoot Horses, Don’t They?) del 1935, nell’adattamento di Giorgio Mariuzzo. Nel 1969 Sydney Pollack ne fece un lungometraggio, un successo di critica e pubblico, presentato fuori concorso al Festival di Cannes nel 1970 e premiato con un Oscar per il miglior attore non protagonista.

Sulla pista da ballo, di fronte agli spettatori (il pubblico reale) venuti per seguire la maratona, 22 performer e un quartetto di musicisti si esibiscono insieme in uno progetto corale, in cui i corpi, con la loro fatica, la loro sofferenza, la loro verità sono la scena. Teatro Due reagisce così alla crisi, ai tagli, alle sfide del nuovo pubblico: immaginando uno spettacolo che coinvolge tutte le energie artistiche possibili, con più di trenta persone coinvolte e con la forza di un testo divenuto ormai un classico.

Nella California dei primi anni ‘30, è in voga un genere crudele di spettacolo: maratone di ballo durante le quali coppie di giovani disperati senza lavoro danzano per giorni interi, attratti dal premio in denaro a chi resisterà di più, dalla possibilità di farsi notare da qualche produttore cinematografico e teatrale, dal vitto e l’alloggio assicurati per qualche tempo (le sessioni di ballo potevano durare settimane). Un vero e proprio gioco al massacro, che portava i concorrenti fino ai loro estremi limiti fisici e psicologici e al completo esaurimento, al punto da continuare in uno stato di semi-coscienza, sostenendosi l’uno al corpo dell’altro, senza riuscire a riposare davvero durante le brevi pause in uno squallido dormitorio, mentre i pasti venivano consumati direttamente sulla pista da ballo.

“Ecco come la salutiamo la depressione! Dateci sotto gente, diamo il via alle danze!” annuncia con incalzante cinismo il presentatore della serata. Ecco come provavano i giovani americani all’inizio dello scorso secolo a emergere delle difficoltà economiche e a penetrare il mondo dello spettacolo; come oggi, non avevano nient’altro che la propria gioventù, il proprio talento, la propria vita da offrire allo sguardo, al voyerismo del pubblico. Così, raccolti come animali nella pista da ballo (oggi facilmente uno studio televisivo), i miseri concorrenti cercavano di scalciare via la crisi, di salutare la depressione, provando disperatamente ad essere più forti, più giovani, più inarrestabili di lei.

Seguendo le misere vicende di alcune coppie, lo spettacolo nello spettacolo diviene un emblematico ritratto della contemporaneità, uno specchio, solo un poco antichizzato, delle tendenze mediatiche più degenerate dell’oggi. In scena si consumerà il dramma di una generazione che non ha più nulla da perdere, sfruttata da una società dello spettacolo in cui l’amore, la vita e la morte vissute in diretta sono date in pasto allo sguardo avido di un pubblico senza più alcuno scrupolo.

Un talent/reality show ante litteram, in cui i partecipanti, ieri come oggi, inseguono l’illusorio, effimero sogno della fama, e del denaro facili, rinunciando alla dignità e all’intimità. Nella speranza di un futuro dorato, sacrificano sull’altare del successo i sentimenti più privati, la genuinità delle proprie emozioni, lasciando dietro di sé chi non tiene il passo e intralcia la lunga danza verso la notorietà e i mille dollari in contanti. Con tutti i mezzi e le risorse possibili, leciti o meno. “Teneteli in movimento, la commozione non è una buona ragione per fermarsi, perché gira, gira, gira, continua la girandola infernale!”

La compagnia è magnifica per dinamismo e aderenza fisica, le coreografie sono impeccabili quanto è commovente il dilettantismo dei poveretti che ce la mettono tutta, le musiche d’epoca sono maneggiate con accattivante ironia, e insomma le due ore filate offrono quanto di meglio e di più generoso ha saputo fare finora il teatro.

Masolino D’Amico – La Stampa, 22 gennaio 2012

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