ph. Laila Pozzo
CI DIPINGIAMO COME CINQUE CIALTRONI, MA SIAMO CINQUE SECCHIONI!
Intervista a Fabio Vagnarelli/Oblivion
Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda e Fabio Vagnarelli, ovvero gli Oblivion: ensemble di artisti, cantanti, attori, amatissimi tanto dai molti follower, quanto dal pubblico del teatro, che da quello della televisione. Spopolano sui social con le loro parodie letterarie e canore (da i Promessi sposi in 10 minuti ai successi di San Remo), mentre in scena creano spettacoli di raffinata qualità, rinnovando in chiave contemporanea il vecchio varietà.
Abbiamo incontrato Fabio Vagnarelli, che in questa occasione si è fatto un po’ voce del gruppo.
La vostra cifra distintiva è il cortocircuito, che sia musicale, logico o storico. È un grande gioco, solo all’apparenza semplice, con la musica e con il teatro. Come siete arrivati a questo punto? Quali sono i vostri percorsi?
Il nostro primo amore comune è stato il musical, che abbiamo studiato tutti. È l’America la patria del musical, dove sono nati i classici più famosi della storia e dove impazzano gli spettacoli, ma studiando abbiamo visto che anche in Italia c’era molto materiale, in particolare abbiamo approfondito chi lavorava su cortocircuiti musicali, teatrali, di testo come il Quartetto Cetra. Allora abbiamo studiato a fondo la loro lezione prendendoli a modello per capire come potevamo cantare in armonia e perché affascinati dalle loro parodie musicali, che raccontavano grandi storie con lo strumento del “centone”. Poi ci siamo ulteriormente ibridati immettendo nel nostro gioco il teatro canzone alla Gaber e la comicità surreale dei Monty Python…
Insomma, abbiamo preso cose che ci piacevano e le abbiamo frullate insieme con quello che sapevamo fare, ne è uscito il nostro linguaggio, che ci auguriamo si adatti anche al sentire della società contemporanea, perché poi la comicità e la musica, sono ingredienti che vivono la contemporaneità, in qualche modo la influenzano e ne sono influenzati. Siamo sempre affascinati da cosa faccia ridere e divertire le persone, e in vent’anni di carriera anche noi ci siamo evoluti di conseguenza.
Hai già nominato il Quartetto Cetra, Gaber… Ci sono altri che ti senti di voler citare come vostri maestri?
Se pensiamo a I Promessi Sposi in 10 minuti, che sono stati la scintilla da cui è nato il nostro percorso in maniera più strutturata, non posso non nominare il Trio Lopez-Solenghi-Marchesini. Ci tengo a dire che tutto ciò che parodiamo – anche se sembra che lo facciamo in maniera irrispettosa – in realtà è qualcosa che abbiamo studiato, conosciamo, ci interessa e ci piace approfondire.
C’è ancora e sempre una grande distinzione fra l’alto e il basso, fra espressioni artistiche colte e popolari, come vi destreggiate in questa diatriba?
C’è chi ha detto di noi che “pisciamo sui monumenti”. E noi abbiamo risposto: “Sì, ma almeno li usiamo.” Abbiamo la grande convinzione che anche prendere in giro un’opera, o meglio, rielaborarla, immaginare degli universi paralleli in cui avrebbe potuto essere qualcos’altro, contaminandosi, non la danneggi. Le grandi opere sono grandi di per sé e non hanno bisogno di difensori che si stracciano le vesti quando le si prende in mano. Le grandi opere hanno, al contrario, bisogno di essere prese in mano e di generare nuovi materiali, perché solo quello le rende veramente immortali e vive. Quindi ci siamo presi la libertà di giocare con Shakespeare, con Verdi, con la Bibbia… Poi magari li contaminiamo con Pupo, ma sempre partendo da un grande studio; lo studio è la nostra più alta forma di rispetto. E magari un ragazzo che non ha idea che Shakespeare e Verdi abbiano scritto Otello, o che non sa chi siano Palmiro Togliatti e Nilde Iotti — personaggi che citiamo in uno sketch dell’ultimo spettacolo — può scoprire qualcosa che poi lo affascina e metterlo nel suo bagaglio personale. Quindi lavorare sull’alto e il basso è quello che cerchiamo di fare sempre, sottolineando che “basso” non vuol dire brutto, ma forse semplicemente popolare.
Tra l’altro Quartetto cetra, Gaber, Monty Python, sono artisti molto raffinati e colti…
Infatti noi ci dipingiamo come cinque cialtroni, ma in realtà siamo cinque secchioni! E anche un po’ “precisetti” nel nostro modo di lavorare. Essendo un gruppo abbiamo bisogno di un’organizzazione molto puntuale, facciamo un grande lavoro di costruzione, sia musicale che testuale, anche banalmente per non sovrapporci.
Come funziona il vostro processo di scrittura?
Da tantissimi anni, da prima del Covid e del distanziamento sociale, lavoriamo online, dove facciamo il brainstorming iniziale, lanciando idee e dando il via al processo creativo. Il 99% di ciò che scriviamo lo facciamo insieme, perché il contributo di tutti fa crescere in maniera importante il lavoro e ci diverte. Ovviamente è un’enorme perdita di tempo, ma va bene, lo sappiamo solo noi. Si parte da un’intuizione, di solito, da qualcosa che ha creato un cortocircuito, da una parola, da qualcosa che vogliamo dire, qualcosa che abbiamo visto e ci ha ispirato… si può partire veramente da qualsiasi cosa. E quello è l’unico momento di divertimento della scrittura, perché poi parte il sudoku, ovvero lo sviluppo di quell’idea, la ricerca in ogni passaggio, delle parole e dell’idea musicale giuste, come arrangiarle impararle, metterle in scena. Da lì, dalla scintilla in poi, non c’è più niente di divertente fino a quando non arriva il pubblico. È solo un grande lavoro. Però, insomma, ogni tanto ridiamo. A volte ci suddividiamo i compiti, ma poi siamo una repubblica parlamentare: doppia ratifica su doppia camera. Alla fine, tutto quello che viene “vidimato”, è stato accolto da tutti quanti. Non per un discorso di mera equità, ma anche perché noi cinque siamo già un piccolo pubblico. Abbiamo dei gusti molto simili, ma anche sensibilità lievemente differenti avendo età, provenienze e background diversi.
Visto che mi dici che avete provenienze diverse…Com’è avvenuto il vostro incontro? Da cosa sono nati gli Oblivion?
Ci siamo incontrati al BSMT di Bologna (The Bernstein School of Musical Theatre) che è stata la prima scuola di musical di stampo anglosassone in Italia, e poi ci siamo uniti … per soldi. Abbiamo risposto al bando di una fondazione bancaria sperando di realizzare un musical, ma la richiesta era di lavorare sul cafè chantant e su Rodolfo De Angelis: “Lo conoscete, vero?” “Eh, assolutamente… siamo amicissimi!” Così abbiamo iniziato a studiare De Angelis, Petrolini, e abbiamo scoperto anche quello che negli anni ’10, ’20 o ’30 accadeva nella comicità e nel teatro italiano, quali erano i modi eleganti di esercitare un dissenso rispetto alla dittatura fascista. All’inizio ci sembrava un mondo respingente, ma poi lo abbiamo apprezzato.
Ma… cos’è questa crisi? di De Angelis, scritta negli anni ’20, potrebbe essere un mantra per le generazioni attuali.
Nei vostri spettacoli il pubblico si diverte, continua a ridere e cantare anche quando le luci ormai si sono spente. Non sembrate un enesemble di cui ci si può dimenticare. Come mai avete scelto il nome Oblivion?
È stata una casualità, di cui si sono lamentati tutti i nostri manager negli anni, perché è un nome assolutamente respingente per un gruppo comico. Sembra il nome di un gruppo metal oppure una cover band di Astor Piazzolla. In realtà era il nome di un’associazione culturale fondata da noi, con cui abbiamo mosso i primi passi. È una storia molto poco interessante, tanto che a volte ai giornalisti diciamo che Oblivion è l’acronimo dei nostri nomi: Fabio, Lorenzo, Graziana, Davide e Francesca. E alcuni lo hanno pure scritto sui giornali…
Voi avete cominciato un po’ di anni fa, i social erano già molto in auge, però adesso siamo ad un livello ancora più avanzato. Sono stati per voi una vetrina, ma soprattutto un palco.
Abbiamo iniziato a utilizzare i social quando ancora “i social non erano i social”. In quanto piccola compagnia di Bologna volevamo tentare di fare il grande salto e accreditarci come gruppo, come ensemble, ma trovavamo enormi difficoltà. Quindi, in barba al fatto che si potessero rubare le idee, abbiamo messo tutti i materiali su YouTube che era appena nato. Avevamo letto che alcuni registi e alcuni gruppi musicali erano emersi grazie a questi strumenti e ci siamo detti: perché non provarci? Siamo stati, credo, la prima compagnia europea a usare la rete in senso prettamente promozionale. Alla fine uno di quei video venne ripreso da un’agenzia ANSA e messo in prima pagina del sito del Corriere della Sera. E da lì è scoppiata la bomba.
Erano i “Promessi Sposi”?
Esatto. In realtà puntavamo tutto su altri materiali che avevamo caricato, mentre su i “Promessi Sposi” non avremmo scommesso un penny. Invece, come sempre accade in questi casi: Sposi boom, tutti gli altri video…
Come vivete queste due dimensioni, virtuale in rete e reale in scena davanti al pubblico in carne ed ossa?
Fondamentalmente noi siamo gente di teatro. All’inizio pensavamo solo agli spettacoli da portare in scena che poi mettevamo anche sui social come archivio, o per promozione. Negli anni, e con l’avvento sempre più pervasivo dei nuovi mezzi di comunicazione, accanto a questo obiettivo si è aggiunto l’intrattenimento. E quindi adesso c’è un doppio lavoro. Al teatro si è aggiunta la creazione di contenuti per i nostri social, che per noi è anche una sorta di esperimento sul linguaggio: materiali che hanno una forma, una durata una grammatica ben precisa e, tutto sommato, una breve persistenza. Ma possono essere un abbozzo, un’idea da sviluppare e integrare in scena. In fondo anche Oblivion Collection estate 2025, che portiamo a Parma, è un dialogo tra noi e la rete: ci sono tante nostre parodie sanremesi che sono circolate online e che poi noi rimettiamo in scena perché diventano pezzi del nostro repertorio. Comunque è incredibile come tutto sia nato come mossa disperata per arrivare al teatro, e ora la rete sia diventata un palco al pari della televisione, e anche di più. Bisogna giocare su più scacchiere, cercando di non impazzire e allenandosi a trovare anche il linguaggio giusto per ogni media. Questa è un po’ la sfida più grande per noi.
La forza dei vostri spettacoli è che ognuno vi si può ritrovare, nessuna generazione è esclusa. C’è Gianni Morandi ma c’è anche Achille Lauro, c’è Britney Spears ma anche le serie tv più famose. Cosa possiamo aspettarci da questa playlist Estate 2025 in Arena Shakespeare?
Tutto e di più: le nostre parodie, i giochi musicali, i mash-up; ma anche racconti: su chi siamo, sulle cose stupide che facciamo insieme, sulle cose improbabili che facevamo prima di diventare gli Oblivion. Il mix è piuttosto letale, disavventure di tutti i tipi. Insomma, una serata assolutamente divertente, dove cantiamo tanto, raccontiamo un po’ di cose che magari non tutti sanno e ci prendiamo un po’ in giro; per esempio sul nostro rapporto con la Bibbia e con la religione, che è una cosa sempre curiosa avendo vissuti molto diversi: Graziana e Francesca sono reggiane della bassa, molto lontane dal mondo della chiesa, mentre con noi ragazzi… c’è uno scontro epocale: noi ci scaldiamo la voce con le canzoni della messa: “Tu sei la mia vita, altro io non ho”, per capirci. In questo modo però emerge anche la nostra complicità, il nostro modo di stare insieme in maniera così disincantata dopo così tanto tempo. E anche se magari questo già lo si percepiva, perché si vede che l’ingranaggio è tutto precisino, qui lo diciamo apertamente: alla fine siamo cinque sventurati su una barca e cerchiamo di andare avanti.
10 luglio 2025
Intervista a cura dell’Ufficio Comunicazione

