A oltre trent’anni dalla messa in scena de L’Istruttoria di Peter Weiss, uno spettacolo diventato di culto non solo per la sua longevità, ma anche per la potenza del racconto scenico, Gigi Dall’Aglio torna ad occuparsi dell’olocausto e lo fa attraverso l’opera del madrileno Juan Mayorga, uno dei più interessanti drammaturghi apparsi negli ultimi anni sulla scena mondiale. Himmelweg (La via del cielo) sarà messo in scena a Teatro Due in prima nazionale il 22 marzo alle ore 21 (con repliche fino al 25 marzo e dall’1 al 6 aprile), diretto da Gigi Dall’Aglio e interpretato da Roberto Abbati, Alessandro Averone e Massimiliano Sbarsi, con i video di Lucrezia Le Moli, i costumi di Emanuela Dall’Aglio e le luci di Luca Bronzo, prodotto da Fondazione Teatro Due.

In occasione dello spettacolo, l’autore Juan Mayorga sarà protagonista di un incontro aperto al pubblico, giovedì 3 aprile alle ore 18.00. Per maggiori informazioni clicca qui.

Il potere delle immagini, la percezione e la restituzione della realtà, la retorica sono alcuni dei temi toccati da Mayorga in questo affascinante testo che dimostra quanto forte ed efficace possa rivelarsi l’artificio teatrale, seppur utilizzato a fin di male.

Himmelweg è ispirato a una storia vera: durante la seconda guerra mondiale, nel giugno del ’44, i nazisti elaborarono un espediente per occultare lo sterminio degli ebrei, ingannando gli ispettori internazionali della Croce Rossa inviati nella città ghetto di Terezin per verificare le condizioni dei deportati. In occasione della visita fu organizzata una sorta di messinscena all’interno del campo, affinché questo prendesse le sembianze di un villaggio modello in cui agli abitanti era permesso vivere serenamente sotto il protettorato del comando militare tedesco.

Nel suo testo Mayorga aggiunge dettagli alla vicenda: ai prigionieri viene imposto di recitare una parte diretti da un ufficiale nazista colto e garbato, che cita Spinoza e prende spunto dalla Poetica di Aristotele nel comporre e montare le scene fittizie di vita quotidiana cui l’ispettore dovrà assistere. La messa in scena, preceduta da intense prove, diviene nel testo, come fu nella tragica realtà, un imponente spettacolo di massa, di cui l’ufficiale tedesco fu il grande regista, orribile deus ex machina delle vite dei prigionieri. E nella realtà come nel testo l’ispettore della Croce Rossa lascia il villaggio convinto delle buone condizioni dei detenuti, portando con sé una ricca documentazione e Terezin, campo dal quale i prigionieri proseguivano poi il cammino della deportazione verso Auschwitz, diventò uno straordinario ed efficace strumento di propaganda nazista. Mayorga approfondisce la vicenda e punta l’attenzione sull’ispettore: spettatore unico e privilegiato di un’illusione finemente orchestrata, egli è colto dal dubbio di aver fatto un imperdonabile errore di valutazione, ma si convince di essere nel giusto supponendo di essere vittima del suo stesso pregiudizio e innescando un conflitto interiore tra le proprie aspirazioni e la capacità di portarle a compimento.

Classe 1965, il madrileno Juan Mayorga è considerato uno dei drammaturghi più rappresentativi della sua generazione: insignito d’importanti riconoscimenti, fra cui quello di miglior drammaturgo nel suo paese, Mayorga deve il suo successo a uno stile inconfondibile, caratterizzato da lunghi monologhi intrecciati a dialoghi serrati e alla grande attenzione che riserva al relativismo, lasciando nei suoi testi la strada aperta alla libertà d’interpretazione dello spettatore e alla sua capacità di rileggere il passato alla luce del presente.

“Quando ho letto per la prima volta i testi di Juan Mayorga – afferma il regista, Gigi Dall’Aglio – ho avuto la sensazione che il Teatro avesse trovato la chiave per chiudere la grande tradizione drammaturgica del secolo scorso e aprirne una nuova nel terzo millennio. Nei suoi drammi, ai toni lucidamente disperati di una lingua drammatica ellittica, si sovrappone la necessità di una ricollocazione delle follie di una Storia accelerata e globalizzata, che tende a presentarsi come esaustiva.”

Himmelweg parte da un tragico fenomeno epocale e ne fa uno strumento di indagine sulle responsabilità dell’uomo nel presente, “mettendo in campo – prosegue Dall’Aglio – tre figure simboliche e paradigmatiche di quelle che sono, secondo l’autore, tre essenziali condizioni umane. La posizione di chi guida il gioco, nell’illusione di potersi arrogare il diritto di manipolare la vita degli altri; quella, all’inverso, di chi vive l’esperienza di una vita reale e che, pur privo di mezzi  adeguati, si rifiuta di sottostare al disegno di un altro, conservando l’illusione di poter controllare la propria esistenza; infine la posizione di chi, come arbitro, non sa trovare in sé stesso gli strumenti per indagare nel profondo un mondo di cui intuisce la falsità ma che non riesce a smascherare, aspettando dall’esterno l’autorizzazione a spingere oltre la sua indagine. Gli attori in scena interpretano questi tre stati della condizione umana, circondati da un mondo di “ombre” (in questo caso cinematografiche) che, come nella caverna di Platone, sono solo il riflesso di un mondo reale e sfuggente. L’ardita scrittura meta-teatrale di Mayorga li costringe a muoversi, con la coscienza nel mondo dei nostri affetti quotidiani e con la ragione negli ambigui meandri della finzione teatrale”.

Un gioco teatrale che pone domande scottanti sulle cecità storiche di chi l’Olocausto lo vide ma non lo guardò e di chi ieri come oggi non osa indagare la verità, ma ne è passivo spettatore.

 

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