Che il teatro possa essere scomodo, è cosa nota. Che il teatro non sia (soltanto) intrattenimento, è cosa un po’ meno nota. Che nella dinamica di rappresentazione è necessario essere scrupolosi anche nei passaggi più inquietanti, ecco, questo non si trova spesso.
Fortunatamente per chi vuole fare del teatro una forma d’arte che esplori gli spazi più reconditi della coscienza, e che denunci con schiettezza e determinazione non solo i guai dell’essere umano, ma anche quelli delle società in cui l’essere umano si coagula, ci sono autori che hanno fatto il lavoro sporco. Ci sono autori che hanno preso la materia sporcandosi le mani e tirandone fuori quelli che, forse troppo banalmente, vengono chiamati “testi politici”.
E non autori di secondo piano. Parliamo di due premi Nobel, due pezzi grossi. Ma soprattutto parliamo di persone che hanno cambiato il modo di scrivere, dirigere e fare teatro.
Due tipi strani: Samuel Beckett, l’irlandese che ha scavato e cavato fino a trovare l’osso, l’essenza, la struttura del teatro. Con lui l’evento diventava secondario, e la forma la faceva da padrone. A chi l’ha accusato di mancare di contenuti, ha risposto con testi che rivelano dell’umano quello che c’è di più essenziale, il vuoto. E lui, il vuoto, è riuscito a descriverlo.
Harold Pinter, un fiume in piena, ha invece invaso il palcoscenico a suon di frasi fatte, proverbi, modi di dire, insomma materiale che svela quanto l’importante sia relegato a sfondo, e il superfluo la faccia da padrone nella vita sociale e nei rapporti.
Prendete questi due autori, precipitateli in provetta e metteteli a bollire su un fornello fatto di episodi tragici e crimini contro l’umanità: l’Europa della Cortina di Ferro, Guantanamo, i Desaparecidos, l’esodo Kurdo, Abu Ghraib, il Ruanda. Purtroppo chi più ne ha più ne metta. Che cosa ne esce?
Ne esce una sintesi del Novecento, con i suoi orrori e i suoi stermini. Ma se si sta attenti, se si guarda questa soluzione in controluce, si vede ben altro.
Si vede un teatro estremamente lucido, tagliente, innovativo. Si vede una violenza tutta verbale, in cui gli attori escono di scena e ne rientrano pieni di lividi, mentre i loro torturatori si profondono in ragionamenti teologici. Si vede il dilemma della “giusta causa”, del dolore sacro, dell’immolazione per un ideale più grande, per un Dio assetato di sangue.
Soprattutto si vede il teatro che denuncia senza diventare cronaca, senza rimanere ancorato ai fatti da cui prende spunto, senza il rischio di passare per episodio. I grandi autori, ma questo si sa, hanno la capacità di rendere la loro opera universale, continuamente riproponibile, sempre attuale. Quando si tratta di un teatro scomodo, graffiante, in poche parole di un teatro di testimonianza, è importante che questo succeda. Anche perché in questo modo chi lo mette in scena, regista e attori, ne fa una responsabilità nei confronti della Storia e soprattutto del pubblico.
Perché tutto va detto, anche quello che non vorremmo sentire. Soprattutto quello.
Grazie Beckett, grazie Pinter.

F.Bianchi

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