Vittorio Franceschi

IL DOMATORE

SPAZIO BIGNARDI
12, 15 / 19 marzo 2022, ore 20:30
13 e 20 marzo 2022, ore 16:00

di e con Vittorio Franceschi
e con Chiara Degani

musica, sound design
Guido Sodo
light design Luca Bronzo


regia, scene, costumi
Matteo Soltanto

produzione Fondazione Teatro DueCTB Centro Teatrale Bresciano

È difficile parlare di un testo teatrale prima che esso abbia preso corpo e voce, gesto e silenzi nello spazio scenico. Un testo teatrale non è un’opera esatta, finita e immutabile come una scultura o un dipinto al museo o una poesia in un libro. È “altro”.
Un testo teatrale è qualcosa “che si prepara a essere”.
È una creatura fragile, un trovatello che avrà buona vita se avrà buoni genitori adottivi: buoni attori soprattutto. E buoni scenografi, buoni costumisti, belle luci e bravi macchinisti. E buone musiche e effetti discreti, quando è richiesto. E un buon regista che gli voglia bene e lo rispetti. E un buon produttore che creda in lui. E un pubblico sensibile, curioso e competente, che lo accolga.
Chissà come crescerà il mio domatore trovatello. Si presenta come un’intervista all’incontrario, dato che di volta in volta l’intervistatrice è l’intervistata e l’intervistato è l’intervistatore e così non si sa più chi sia a comandare il gioco pericoloso dei rapporti umani. E le sorprese sono tante, per il semplice fatto che c’è di mezzo la vita. Più o meno.
E a pensarci bene il teatro è proprio questo, dal momento che anche gli attori e gli spettatori si scambiano domande e tentano risposte in quel magico, fertile, intimo silenzio che si crea nell’oscurità della sala. Sapendo bene che la verità, che è spietata ma ha pietà di noi, se ne resta là, nascosta fra le pieghe di quel sipario che ogni sera, senza nulla rivelare, si chiude… anche quando il sipario non c’è.
In questo testo si parla di leoni e di tigri, di clowns e di Santi, di case costruite partendo dal tetto e di grandi amori fuggiti via. E di anime che si incontrano e si scambiano il dolore come pegno. L’unica cosa che dura e non tradisce.

Vittorio Franceschi

Nei pomeriggi senza spettacolo, il Circo appare desolato. Non bastasse, da quando gli animali sono stati banditi si respira aria di sgombero. Ma è proprio nella dimenticanza, che questo non luogo vive un ultimo imprevisto sussulto: il giorno in cui due persone e due generazioni apparentemente lontane si confrontano e scontrano sulla loro natura, fino a capire che in fondo, ciò che le divide sono le convenzioni e non la sostanza. E siccome nella gabbia dei leoni come sul filo del funambolo ogni passo può essere l’ultimo, per salvarsi occorre prima di tutto combattere incrostazioni, paure e ipocrisie, affrontando la vita con la spavalderia dei felini che della guerra di posizione sono maestri. All’ombra dell’ultimo tendone echeggiano tuoni, memorie, intuizioni, balzi ora in avanti ora di lato, necessari a schivare insidie e a trovare la via maestra per farsi forza e assicurare la continuità della specie, tra i branchi delle pianure come tra i semafori delle città. E visto che nella partita che qui si gioca e che ci riguarda tutti, il protagonista e la sua intervistatrice muovono i pezzi su una scacchiera circolare i cui pedoni hanno messo la criniera, ci sarà bisogno di un regista che si trasformi in domatore, con un’unica certezza: dai domatori, quelli veri, abbiamo tutti molto da imparare.

Matteo Soltanto

Il domatore
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