In occasione della ripresa dal 7 al 14 febbraio di Teatro para minutos di Juan Mayorga, riprendiamo le parole del regista Gigi Dall’Aglio, scomparso nel 2020, che con l’autore spagnolo aveva stretto un sodalizio intellettuale sfociato nella messa in scena di molti suoi testi, fra i quali questi piccoli gioiellini di breve durata.

 

Quando ho letto per la prima volta i testi di Juan Mayorga ho avuto la sensazione che il Teatro avesse trovato la chiave per chiudere la grande tradizione drammaturgica del secolo scorso e aprirne una nuova nel terzo millennio. Nei suoi drammi, ai toni lucidamente disperati di una lingua drammatica ellittica, si sovrappone la necessità di una ricollocazione delle follie di una Storia accelerata e globalizzata, che tende a presentarsi come esaustiva.
Per capire Juan Mayorga ci sono innanzitutto i suoi testi, il suo teatro, così come i suoi numerosi saggi teorici, le sue conferenze, ma è stata la sua conoscenza sul piano personale a rivelarsi, per me, fondamentale. Sono andato da lui per chiedergli la possibilità di introdurre nelle mie regie elementi non previsti nella sua scrittura e la sua risposta è stata esemplare: lui scrive “per” il teatro, il che significa creare un’architettura e una letteratura che divengono però teatro solo con l’aggiunta di qualcosa di molto più fragile, cioè la messa in scena. La totale libertà che concede agli artisti che lavorano ai suoi testi nasce da un’idea di teatro che per sua natura riguarda la fragilità umana e quindi la contempla in tutte le sue forme, per questo alla solidità delle sue piéces si possono aggiungere elementi più fragili e passeggeri, che non li scalfiranno – anzi: forse gli forniranno letture che vanno al di là delle sue intenzioni di scrittore, come mi ha lui stesso confidato. E la fragilità che osserva nell’umanità, un’umanità in continuo e costante mutamento, rispetto al pensiero, alle certezze, ai desideri, diventa oggetto del suo teatro, rende la vita umana visibile, ci fa vedere di cosa è fatta, è una panoramica dell’esistenza. È immediatamente filosofia. Può sospendere lo spettatore davanti a domande alle quali il filosofo non ha trovato risposte.

Autore e attore hanno, come il poeta, la missione di esaltare la parola, di portarla al limite. Il teatro è l’arte della parola pronunciata. Il teatro è l’arte del silenzio dell’uomo. Il teatro deve ascoltare il silenzio dell’uomo – senza il quale non c’è poesia. In teatro, come insegna Juan Mayorga, il silenzio si pronuncia: il teatro ci fa vedere come parlano e come tacciono gli uomini. Aiutare lo spettatore a incontrare la sua propria parola, è la missione, politica e morale, del teatro. Più parole significano più vita e più capacità di resistere. 

Gigi Dall’Aglio

 

Succede che il teatro, arte del conflitto, trovi in silenzio la più conflittuale delle sue parole: quella che può affrontare tutte le altre. Succede che in teatro, l’arte della parola pronunciata, il silenzio si pronunci. Succede che il teatro possa pensarsi e la sua storia essere raccontata raccontata prestando attenzione allo scontro tra la voce e il suo silenzio. Succede che sul palcoscenico basti che un personaggio esiga il silenzio perché la teatralità sorga; basti che, quando un personaggio entra in scena, un altro taccia; basti che uno, chiamato a parlare, si ostini a tacere. Se il silenzio è parte della lingua, lo è, e in modo determinante, anche del linguaggio teatrale.

Juan Mayorga, Silencio