A un primo sguardo, sembra un uomo profondamente depresso, angustiato da mille problemi, tormentato dalla vita. Annoiato, insomma. E il pensiero che ne segue è che niente di buono potrà certo venire dall’avere a che fare con lui. Poi gli si rivolge la parola, lo si lascia parlare, lo si ascolta, lo si osserva nelle sue relazioni con gli altri, e si scopre una complessità tutta nuova, che sarebbe passata inosservata solo qualche minuto prima. Di più, ci si accorge che il suo comportamento (non certo ordinario, sicuramente modernissimo) ha un effetto particolare su tutti quelli che gli stanno intorno: tira fuori le più profonde sfumature del loro carattere.

Stiamo parlando di Ivanov, il protagonista del primo testo teatrale di Cechov (se si esclude l’irrealizzato Platonov). Al Teatro Due ne abbiamo parlato, anzi sembra quasi di aver parlato proprio con lui. Quello che è certo è che è un tipo strano, questo Nikolaj: non è depresso ma non sorride mai, non vuole ammettere la sua inquietudine ma si lascia andare, parla tanto ma non trova mai le parole giuste. Ribolle, proprio come la pancia di un samovar bollente e pronto per servire il thè. Tutto intorno a lui si scalda, comincia ad accelerare, tutti ne rimangono scottati.

Ecco perché abbiamo usato questa metafora per raccontare la vicenda che non è solo di un uomo, ma di un’intera società: Ivanov è il volto di un mondo alla fine, di una società che non si ritrova più tra rituali desueti e spinte anarchiche che mal sopporta. Quello che però è uscito con maggior forza e che si è rivelato di maggior interesse teatrale, è il ritratto di un mondo estremamente variopinto, costituito da facce ghignanti e barzellette attualissime, matrimoni di convenienza e fuochi d’artificio, allontanamento dalla natura e naturalezza totale.

Insomma, abbiamo scoperto un testo teatrale multidimensionale. Perché se da una parte è indiscutibile riconoscere in Ivanov l’«uomo inutile» di tanta letteratura non solo russa, dall’altro lato anche il più scomodo paragone, quello con l’ingombrante figura di Amleto, risulta meno illecito. C’è qualcosa di marcio, in Russia! Nikolaj Ivanov è il motore (o la caldaia) attraverso la quale tutti vengono contaminati, e cominciano a farsi vedere per quello che sono: Borkin, il tenutario, che non riesce a concepire piani e stratagemmi che non siano coloritamente farseschi se non illegali; il conte Sabel ‘skij, che spara la sua ironia disillusa e graffiante facendo arrossire i compagni di salotto; Sasa, che guadagnerà forza e intraprendenza fino a credere nell’impossibile. Solo per fare alcuni esempi.

E l’uomo? Le vicende umane? Il racconto di un’epoca? L’amore? Il dolore? C’è tutto. Beh, per questo basta Cechov, basta la sua maestria e la sua capacità di analisi politica e sociale. Basta la sua capacità di rappresentare la sua Russia con occhi e strumenti da medico. Con la lucidità che permette a lui, e poi a un regista capace come Filippo Dini, di tenere alta la componente ironica senza perdere nulla della profondità poetica. E rappresentare una Russia alla fine, dicevamo, fatta di Amleti parodizzati e inconcludenti che cederanno alla Rivoluzione e che, per vedere la parodia di un uomo valoroso, dovranno aspettare l’avvento dello Zar Vladimir Putin.

Francesco Bianchi

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