LA SALA DEI GOLEM

SPAZIO BIGNARDI

Davide Gagliardini attore
Davide Carmarino pianoforte
Teofil Milenkovic violino

Silvia Bellot Romanet, Diletta Torelli, Federico Musumeci
Viviana Sanfilippo, Alessio Saccheri
danzatori MM Contemporary Dance Company / Agora Coaching Project

Se (come il greco afferma nel suo Cratilo)
la cosa ha il proprio archetipo nel nome,
la rosa è nelle lettere di rosa,
nella parola Nilo è tutto il Nilo.

E, fatto di vocali e consonanti,
sarà un tremendo Nome che l’essenza
di Dio compendi e che l’Onnipotenza
serbi in lettere e in sillabe precise.

(El golem,  Jorge Luis Borges)

 

Siamo a Praga. Il 27 luglio del 1602 tale Eliyahu Pollak accusa il rabbino Yehudah ben Besalel Loew e alcuni membri della comunità ebraica di omicidio. Le accuse cadono ma ciononostante la comunità è costretta a pagare un’ingente somma per liberare gli incriminati.
Questa è probabilmente l’unica evidenza storica all’interno della leggenda più famosa riguardo alla creazione del Golem, l’antropoide artificiale creato da sabbia e polvere a cui viene infusa la vita. Nonostante oggi sia ampiamente dimostrato che non esistono elementi o fonti in grado di collegare il Maharal di Praga, l’illustre Rabbi Loew prima citato, alla creazione di un umanoide artificiale, questa storia è stata in grado di imporsi tanto che l’ebraismo ortodosso contemporaneo ne continua a discutere l’autenticità, mentre su tutte le bancarelle di Praga sono presenti, a decine, statuine-souvenir della creatura i cui resti, si dice, siano ancora presenti nella vecchia sinagoga.

Indipendentemente dalla conoscenza o meno della leggenda, o da rudimenti di storia della mistica ebraica, quella del Golem è una figura ben radicata nell’immaginario comune. Merito senza dubbio del film capolavoro del cinema espressionista di Paul Wegener Golem – come venne al mondo (1920) che sembra trasformare in immagini il romanzo di Gustav Meyrink; o de Il Golem, romanzo di Halpern Leivick (1921) che si rifà proprio alla leggenda praghese; o, in epoca più contemporanea, agli svariati e famosissimi riferimenti fumettistici, da La Cosa ne I fantastici quattro a Hulk, vera e propria crasi con la tradizione vittoriana del romanzo capolavoro di Mary Shelley. Golem Aleph è il nome che è stato dato, nel 1965, al primo computer israeliano: a suggerirlo, guarda caso, Gershom Scholem, filosofo e teologo ebreo che ha contribuito con uno degli studi più approfonditi sulla tematica. Forse proprio quest’ultima citazione, seppur la meno evocativa a livello di immagine, è quella che meglio esemplifica alcune delle caratteristiche fondamentali del golem, almeno per come sono arrivate fino a noi e che, forse non casualmente, continuano ad avere grande fortuna nella produzione fantascientifica e distopica: un grande potere racchiuso in una creatura priva di volontà che, titolare di un’identità negata, vive una vita non vissuta.

Yuval Avital durante le prove de La sala dei golem
ph. Andrea Morgillo

Nel tentativo di gettare lo sguardo appena oltre la leggenda – ma sarebbe più corretto usare il plurale – ci sono due elementi di assoluto interesse che vale la pena approfondire: la ragione per cui sarebbe stato evocato il Golem e la tecnica usata. Quando, nel 1909, il rabbino polacco Judel Rosenberg scrive il Nifla’ ot ha-Maharal, ossia la pubblicazione che avrà la maggior ricaduta letteraria facendo superare alla vicenda i confini polacchi e creando così la leggenda, indica proprio la necessità di smascherare la falsa accusa di omicidio (rituale, secondo lui) come ragione della creazione del Golem da parte del Maharal. Rosenberg sostiene che il testo provenga da un manoscritto del 1624 composto dal genero di Rabbi Loew e ritrovato nella biblioteca di Metz; nonostante questo manoscritto, così come molti altri millantati da Rosenberg, non sia mai esistito, è interessante notare la necessità di conferire veridicità alla vicenda. Se in epoca contemporanea la controversia circa l’autenticità della leggenda nasconde probabilmente una polemica relativa alla fonte dell’autorità, ovvero se il governo religioso debba fondarsi sull’erudizione halakika (la tradizione normativa religiosa dell’ebraismo comprendente La Bibbia e un corpus di altre Scritture) o sulla possibilità di una guida soprannaturale, per quanto riguarda la versione di Rosenberg è molto verosimile la cosiddetta teoria della risposta. Più di uno studioso ha evidenziato come in questo caso il concorso di determinate circostanze storiche possa aver portato a una ricerca di intensificazione dell’identità collettiva e di un rinnovato bisogno di appartenenza. Che si tratti della grave crisi o del pogrom di Praga di fine XIX secolo non è sbagliato assumere la possibilità che Rosenberg abbia voluto fare appello ad una figura fondamentale della tradizione ebraica come il Maharal e a tutte le facoltà che nel tempo gli sono state attribuite.
Passiamo ora alla tecnica: seguendo una tradizione rabbinica appena precedente Rosenberg, sembra parere comune che Rabbi Loew parlasse ispirato dallo Spirito Santo e sapesse usare magicamente il Sefer yesirah. Il Sefer yesirah è un antico trattato di cosmogonia e cosmologia composto tra il III e il VI secolo e che riflette, con ogni probabilità, concezioni molto antiche, risalenti al II secolo. Testo fondamentale dell’esoterismo ebraico, tra i più misteriosi della tradizione qabbalistica, è attribuito al patriarca Abramo, tale è l’importanza di cui gode. Questo libro, seppur non ne parli mai esplicitamente, è il fondamento di tutte le descrizioni posteriori della creazione del golem. Il testo presenta infatti una cosmologia basata sul principio che le combinazioni delle lettere dell’alfabeto ebraico sono al tempo stesso la tecnica e la materia della creazione del mondo. In maniera estremamente sintetica possiamo dire che, a partire dai primi secoli dell’età volgare e attraversando tutto il medioevo, si creano e si tramandano tutta una sequenza di storie e di leggende che ammettono la possibilità dell’esecuzione di un’operazione magica che permette di creare un ominide, un golem, tramite un coretto studio e comprensione del Sefer yesirah.

Yuval Avital durante le prove de La sala dei golem
ph. Andrea Morgillo

Sebbene la leggenda legata al Maharal sia frutto della drammatizzazione di storie che dovrebbero non essere antecedenti l’inizio del XIX secolo, esiste invece una tradizione, la più antica che si conosca relativa ad una figura storica, che proviene da fonti cristiane e indica Rabbi Eliyyahu Ba’al Shem della città di Chełm uomo capace di creare un Golem; le fonti che fanno riferimento a questo rabbino, quasi contemporaneo di Loew, sarebbero la base sulla quale sarebbe nata, secoli dopo, la leggenda di Praga. L’appellativo Ba’al Shem significa, in ebraico, Maestro del Nome, e veniva dato a quegli ebrei cabalisti che erano in grado di utilizzare la qabbala pratica per azioni miracolose. Le fonti parlano di una “forma dotata di vitalità”, che era detta met (morta) dal momento che non le potevano essere conferite conoscenza e parola, e portava al collo la scritta ‘emet (verità); quando questa scritta, per motivi non specificati, venne tolta, la creatura tornò polvere. Questo particolare è di fondamentale importanza e ci permette di capire l’antichità delle tradizioni relative al golem: in una favola di Fedro si narra della creazione di una figurina d’argilla rappresentante la Verità da parte di Prometeo mentre il suo apprendista Dolo, non avendo abbastanza argilla, non riesce a finire la sua e farle le gambe. Quando viene insufflata in loro la vita, la Verità riesce a camminare, mentre l’altra, che verrà chiamata Menzogna, rimane imperfetta. È altamente probabile che questo tema mitologico, ancor prima dell’epoca in cui scrive Fedro, fosse entrato in contatto con la tradizione ebraica. Coincidono la materia prima (terra, argilla, polvere), la vita come soffio che viene alitato, la verità.
Nel Talmud si trova scritto: la verità ha un punto d’appoggio, mentre la menzogna è priva di sostegno.

 

NOTE
La maggior parte dei riferimenti sono tratti da Il Golem di Moshe Idel (2006).
Moshe Idel è riconosciuto come il massimo studioso vivente di mistica ebraica.

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