L’amore crepa, disgrega, urla, annienta, unisce e fonde. Soprattutto fonde, a volta annulla e confonde. L’amore porta via, sradica, certe volte tormenta l’anima fino a diventare un’ossessione, che con l’amore non c’entra più. Diventa malattia. Di amore ci si può ammalare, si può impazzire. Impazzire d’amore, per amore. Perché in alcuni casi, nemmeno così estremi e lontani, innamorarsi vuol dire perdere la soggettività. I due individui diventano fusi e confusi, incapaci e riluttanti al distinguere la propria unicità se non con l’altro. Così May e Eddie fanno a meno della loro libertà, consapevoli dell’inestirpabile patologia che li affligge, quella di un amore imperfetto e socialmente inaccettabile che li costringe alla sofferenza, e preferiscono soccombere e adeguarsi. Pur di restare insieme. Anche quando distanti, la lontananza non è definitiva, non è assoluta. L’amore non è più. Arriva la necessità del dolore, di quel dolore profondo e continuo che per loro vuol dire salvezza. Anime torbide, destinate allo strazio pur di sopravvivere a una solitudine che li perseguita da sempre, come se la speranza, l’unica illusione e garanzia, stesse nel tenersi per mano.

L’amore pazzo di May e Eddie non ha una provenienza, non si colloca per forza nei deserti americani, non solo per lo meno, è universale, parla la lingua dell’abbandono, della paura, dell’impenetrabilità. In questo caso prende la forma di una casa scalcinata ai margini di un mondo che non c’è, polveroso e arrabbiato, infestato dal fantasma di un padre che si manifesta in tutta la sua assenza. “Pazzo per amore” racconta di tentativi mancati, dell’assenza di quella coraggiosa capacità che spinge a uscire e reagire; parla dell’illusoria promessa di un sentimento universale, che di universale, in realtà, non ha niente se non il nome. Perché l’amore è o per lo meno dovrebbe essere un’unicità salvifica che rende liberi e completi con se stessi, ma non in questa storia, non per queste anime avulse, destinate – anche per scelta – a un’incolmabile tristezza.

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