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IL SIGNIFICATO DI UNA TRILOGIA

Lavorare su Shakespeare in una società dove tutto sta per cambiare (e nessuna utopia ci garantisce in meglio) significa affrontare il teatro (per noi il mondo) in compagnia di un collega esperto, disincantato, saggio, avventuroso, ironico, austero, rigoroso, cialtrone, scaltro, cinico, fiducioso e prudente che ci stimola continuamente con materiale poetico e suggerimenti teatrali propri di una realtà “schiodata”, contraddittoria, negativa e assente come la nostra.
Quando perdono di senso i grandi significati della Storia (o la Storia stessa), la dialettica, appunto assente, diventa l’oggetto di una nostalgica ricerca e chissà che un giorno non ci ritorni improvvisa attraverso la “politica”, come unica possibilità del “fare”.

(dal programma di sala della Trilogia Shakespeariana)

Nella celebre trilogia shakespeariana (Amleto, 1979; Macbeth, 1980; Enrico IV, 1981) la Compagnia del Collettivo crea un’originale metodologia di lavoro che ha nell’attore il fulcro creativo della messa in scena, rivolta sempre alla costruzione di un teatro che serva a costruire «la coscienza dell’oggi».
Tutti e tre gli spettacoli furono rappresentati nelle maggiori capitali europee ed extraeuropee in lunghissime tournée consacrate da un grande successo, ma la l’intera trilogia, concepita come un grande discorso dialettico, fu presentata anche nella sua interezza con il nome di “Progetto Shakespeare”.

Il 21 agosto 1983, all’interno del London International Festival of Theatre, si tiene lo Shakespeare Symposium, in cui gli attori della Compagnia del Collettivo di Parma – dopo aver presentato la Trilogia Shakespeariana al Riverside Studios di Londra diretto da David Gothard – discutono in pubblico sul loro lavoro e presentano il proprio approccio alle opere di Shakespeare alla presenza di Terry Hands, Joint Artistic Director della Royal Shakespeare Company, Peter Conrad, docente a Oxford, Christopher Fettes, regista e fondatore del Drama Centre di Londra, John Retallack, direttore dell’Actor Touring Company, Jovan Cirilov, direttore del Festival Teatrale Internazionale di Belgrado.
Modera Ned Chaillet, critico del Wall Street Journal Europe ed ex critico del Times

“Per noi, il teatro è l’ultima occasione che la nostra società ha di creare un momento di incontro fisico, materiale e concreto tra individui, tra persone, in un contesto sociale e non in rapporto individuale.”

Così la Compagnia ha esposto la sua idea di teatro nel corso del simposio; e ancora “Il teatro è l’ultimo spazio della conflittualità, non solo quella del contenuto interno all’opera ma quella che l’attore ha in sé, come persona e come personaggio. Come persona è uguale al pubblico, come personaggio appartiene a un mondo diverso che si crea nel momento stesso in cui il pubblico accetta di essere in teatro. Allora, il teatro è un momento che va colto in modo complessivo, è un sistema in cui sono indispensabili le due parti: chi fa e chi assiste, in cui il pubblico è l’altra metà del cielo e fa parte lui stesso della parola e del termine “Teatro”.

Terry Hands ha affermato: “Penso che il Collettivo sia ancora in continua fase di crescita: dopo aver visto Amleto nutrivo delle riserve, dopo Macbeth la mia curiosità era al massimo grado, quando ho visto Enrico IV sono stato immensamente impressionato e mi sono detto: “è la migliore opera presente a Londra in questo momento, senza ombra di dubbio.”

A sottolineare la potenza dell’impatto del lavoro della Compagnia anche il commento di John Retallack: “Assistere a questa maniera di essere un ensemble di attori, è stato molto più di uno shock. Era come se Amleto fosse diretto dal di dentro, non ho mai visto niente di simile, È sicuramente la cosa più magica che mi sia mai capitato di vedere.

(continua..)

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