MANDRAGOLA

Niccolò Machiavelli

SPAZIO BIGNARDI
11 / 24 gennaio 2027

durata 110 minuti

canzoni originali composte da Philippe Verdelot

con Cristina Cattellani, Laura Cleri, Paola De Crescenzo, Davide Gagliardini, Luca Nucera, Massimiliano Sbarsi, Emanuele Vezzoli, Pavel Zelinskiy
e con Jacopo Facchini Alto e Maestro Concertatore, Luca Cervoni Tenore, Roberto Rilievi Tenore

costumi Maria Giovanna Farina
maschere Veronica Pastorino
luci Claudio Coloretti

assistente alla regia Francesco Lanfranchi

regia Giacomo Giuntini

produzione Fondazione Teatro Due

Attraversare Machiavelli significa ammainare la bandiera dell’antipolitica e prendere posizione contro il riflusso nel privato. Mandragola è ambigua come la risata che genera. È terapeutico rimedio per infertilire Lucrezia, ma venefico farmaco per il primo uomo che con essa si congiungerà. È inquieta come il quondam Segretario che, allontanato dai pubblici uffici, si getta nell’analisi appassionata della situazione presente, impotente di fronte all’ostracismo in cui è stato relegato. È la sua politica con la maschera dell’umano: se la virtus politica, invece di essere rivolta al benessere collettivo, viene (comicamente?) incanalata in faccende private, perfino la legge risulta un’arma monca e inefficace. Tutta l’antropologia dispiegata nei cinque atti ci invita a considerare un mondo in cui è assente la conciliazione (per quanto aspra e contrastiva) della politica fatta da uomini eccellentissimi in grado di affrontare ed orientare la natura ferina dell’essere umano.

Siamo a Firenze, ma potremmo essere a Roma o a Pisa. La folle giornata che ci viene offerta vede dispiegarsi le macchinazioni di un parassito che intende secondare i desideri di un amante meschino; nel frattempo, un dottor poco astuto cerca un rimedio per avere un figlio da una giovane accorta e coinvolge un frate mal vissuto. Politica e commedia si intrecciano in un’epifania carnevalesca fatta di maschere, travestimenti, parodie del sacro e scivolamenti gerarchici; e tutto questo, con un sorriso, perché il linguaggio della politica e le sue tesi sono anche ingredienti del comico. Senza Machiavelli non avremmo una tappa fondamentale nella costituzione della politica come scienza. Non avremmo molto Shakespeare. Non avremmo la più bella commedia del Rinascimento italiano.

 

La moda boccaccesca che nell’immaginario popolare investe di frizzi e lazzi La mandragola di Machiavelli, sfuma in una lettura più consapevole (politicamente coeva alla stesura del principe) nell’allestimento di Giacomo Giuntini. Con che occhio guardare gli intrighi di Callimaco? La prospettiva di Giuntini è rinascimentale: si affaccia dalle finestre dei palazzi, spiaggiate sulla scena come labirinti celebri, e innesta un “concertar parlando” che, musicalissima eco, rivela l’antico fascino del testo Machiavellico. Scelta felice che esalta i contributi attoriali (coralità, ritmo, simmetrie), cancella ogni naturalismo e trasferisce sull’arena del rituale carnevalesco l’opulenta trama.

Gabriele Rizza, Il Manifesto

ph. Fabio Sau / Andrea Morgillo