HAMELIN
c’era una volta una bella città

di Juan Mayorga

con
Roberto Abbati,
Cristina Cattellani,
Laura Cleri,
Gigi Dall’Aglio,
Davide Gagliardini,
Luca Nucera,
Bruna Rossi,
Massimiliano Sbarsi,
Carlo Sella

costumi e figure Emanuela Dall’Aglio
luci Luca Bronzo
video Lucrezia Le Moli

regia Gigi Dall’Aglio
produzione Fondazione Teatro Due

spettacolo inserito nel PROGETTO MAYORGA

Spazio Bignardi


10, 11, 16, 23, 24 marzo 2017, ore 20.30

domenica 12 e 19 marzo, ore 16.00

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C’era una volta una bella città chiamata Hamelin. Ma un mattino, al risveglio, gli abitanti di Hamelin scoprirono che la città si era riempita di topi. Disperati perché i topi erano già nelle case, si guardavano gli uni con gli altri senza sapere cosa fare. Allora arrivò ad Hamelin un uomo dal cui flauto usciva una bella musica…

Scritto nel 2006 da Juan Mayorga, drammaturgo spagnolo tra i più apprezzati a livello internazionale cui Teatro Due dedica un articolato progetto, Hamelin è un testo misterioso e sfaccetato sulla relatività del concetto di verità.

Nel testo di Mayorga la favola è usata in senso metaforico, ma diventa uno strumento prezioso per poter seguire l’intelligenza che cerca, non sempre riuscendovi, di districarsi nei lacci e nelle trappole di un giudizio su uno dei tabù più complessi del nostro tempo: la pedofilia.

Mayorga decide di trattare questo tema evitando di focalizzarsi sul pathos e il successivo sdegno, ma raccontando i disarmanti tentativi di tutti i personaggi –genitori, fratello, commissario, indagato- di parlare in nome del bambino senza mai ascoltare la sua voce. Tutti gli interpreti della “tragedia”, intermediari tra la vittima ed il pubblico, non fanno che confondere il pubblico stesso, impedendogli una comprensione limpida del corso degli eventi. Ma è proprio in questa confusione che ci vuole trascinare Mayorga, in questo intorbidimento attraverso il quale, paradossalmente, la verità viene poco a poco messa in luce. E’ la verità della forza soverchiante delle interpretazioni che fanno perdere di significato ai fatti e fanno emergere la nostra incapacità di ascoltare la voce di chi li custodisce. E’ la questione dei “senza voce”: nel presuntuoso tentativo di farci portavoce dei loro pensieri, finiamo per parlare solo noi stessi e di noi stessi. Accecati dalla vanità, il nostro rimane l’unico discorso ad essere ascoltato, macabro e perverso tentativo che nega alle vittime la possibilità di esprimersi.

Tutto questo tocca la natura intima del teatro, luogo dove, comprimendo tempo e spazio, si narrano storie sui comportamenti, sulle relazioni tra gli uomini, tra gli uomini e gli oggetti ecc., dunque sulla vita.
Dice Mayorga rivolto ad un ipotetico spettatore:  «Lo sapevo: Lei vuole sedere tranquillamente in platea, esprimere il Suo giudizio sul mondo […] Lei giudica importante venir reso partecipe di certi entusiasmi insensati nonché di certi stati depressivi facenti parte della vita – ma così, solo per scherzo. Allora dovrò impegnarmi a fondo a far sì che il mio teatro Le stimoli l’appetito.»

Gigi Dall’Aglio