Si è svolto ieri 12 giugno a Teatro Due l’incontro-lezione PROMETEO INVENTORE DELL’UMANITÀ a cura del Professor Pierre Judet de La Combe.

L’incontro, partecipatissimo, verteva su questioni filologiche e interpretative della enigmatica opera di Eschilo, il PROMETEO INCATENATO, che andrà in scena in Prima Nazionale per la regia di Fulvio Pepe nell’Arena Shakespeare di Fondazione Teatro Due il 26 giugno 2019.

Il primo argomento ad essere affrontato dal prof. La Combe, docente presso l’EHESS di Parigi, filologo e traduttore (ha appena completato la traduzione dell’Iliade), è quello dell’attribuzione dell’opera. C’è infatti un aspro dibattito tra gli studiosi del Prometeo Incatenato: alcuni pensano che l’opera sia di Eschilo, altri dicono che il linguaggio dell’opera è troppo diverso dalle altre tragedie dell’autore e propendono per attribuire il Prometeo al figlio di Eschilo o a un aiutante dello stesso, post-datando l’opera di circa mezzo secolo. La Combe non si è soffermato sui dettagli ma ha evidenziato come il problema sia di fondamentale importanza: se infatti fu Eschilo stesso a scrivere il Prometeo, quest’opera sarebbe la prima testimonianza di pensieri e temi che vedranno la luce solo anni dopo con la grande filosofia di Anassimandro, Eraclito, Empedocle. Quindi Eschilo sarebbe un grandissimo pioniere di un pensiero che è stato per secoli alla base del pensiero occidentale. Se invece il Prometeo fu scritto anni dopo, allora si “appoggerebbe” ai contributi dei filosofi sovracitati e quindi si collocherebbe come ulteriore sviluppo di tale filosofia.

Ma gli enigmi riguardanti il Prometeo Incatenato non finiscono qui: ogni tratto della tragedia sembra rimandare a un universo, quello divino, che per antonomasia è inconoscibile per gli uomini. Uomini che d’altro canto sono la causa prima della colpa e della punizione di Prometeo da parte di Zeus, nuovo Dio asceso al potere assoluto e nuovo arbitro delle sorti del mondo. Se da una parte abbiamo Prometeo che si lamenta per l’ingiustizia che sta subendo, dall’altra La Combe evidenzia come da un punto di vista greco (e non solo), il castigo del Titano ribelle sia più che giusto: egli ha rubato agli Dèi il fuoco, la sostanza più incontrollabile dell’Universo, per donarlo agli uomini e per farli uscire dalla loro condizione pre-civilizzata. Soffermandosi sulle fonti greche precedenti alla tragedia in cui Prometeo viene citato, il professore ha evidenziato come però il Teatro sia il luogo non della narrazione ma del Tempo, della contemporaneità, in cui non è possibile (in senso hegeliano) giungere a una sintesi tra i presupposti prometeici e quelli divini, quanto piuttosto alla coesistenza di due punti di vista diversi e ugualmente giusti nel loro conflitto, facendo sì che il pubblico della tragedia facesse lo sforzo di valutare, pensare ed elaborare la vicenda per poi discuterne in seguito.

Sono poi stati affrontati i personaggi del Coro, composto dalle Oceanine alate che odono il fragore del martello di Efesto che inchioda Prometo alla rupe della Scizia, e di Io, la giovane ragazza trasformata in vacca e costretta ad errare per la gelosia di Era. Nel suo ruolo di Dio ribelle e quindi calato nel tempo, Prometeo è problematico in quanto si pone come antagonista di un Dio, Zeus, che l’ha imprigionato ed esposto per essere sicuro non solo di vederlo, ma anche di essere l’unico spettatore del suo supplizio; di fronte a questo, l’inaspettato arrivo del coro e della ragazza-giovenca, personaggi contrari a prometeo per più ragioni (prima di tutto Io è umana, in un luogo in cui nessun umano dovrebbe arrivare, e poi le Oceanine alate e la vacca errante sono personaggi mobili, all’opposto del protagonista, costretto all’immobilità) crea l’enigma per il quale Prometeo, che tutto sa ma che non sempre interpreta correttamente il suo dolore, sovrappone alla sua immanenza il livello della narrazione, della linea continua, sperando che questo gli dia sollievo mentre aspetta che Zeus torni a fare pace con lui (cosa che farà soltanto nella tragedia successiva della trilogia, oggi perduta, il Prometeo Liberato).

E molto altro: la figura di Hermes, spesso raffigurata in veste di soldato o di “nazista”, non trova d’accordo La Combe, che vede invece come molto più indicativa la severità di Prometeo nei confronti del Dio, sottolineando la somiglianza tra i due: entrambi, il Titano e il Dio Messaggero, sono cangianti, veloci, discontinui, traditori. Nel suo incontro con l’umanità, di cui è in definitiva inventore il Titano (spiega come nella cosmogonia di Esiodo i cerchi concentrici delle parentele e delle figliolanze divine e umane abbiano come epicentro proprio Prometeo, che è anche all’inizio della stirpe degli uomini) si evidenzia come la razza umana, che Zeus vorrebbe spazzare via dalla Terra, sia una creazione non naturale, artificiale, frutto di una creazione artigianale, tecnica.
E nell’inconciliabilità tra il potere divino e la natura di Prometeo sta la grandezza di una tragedia che è pionieristica nei temi, perfetta nella “messa in scena” del dolore e del conflitto, e attualissima nel rimarcare come ogni essenza umana e divina sia costellata di trappole, di destini scritti e compiuti, di pulsioni che muovevano il pubblico greco e continuano a muovere il pubblico attuale, annullando la distanza tra noi e la cultura che più di tutte ha forgiato (prometeicamente) il pensiero occidentale.

Lunghi e appassionati gli applausi al termine di un incontro di grande profondità, ma anche di spiccata immediatezza, condotto con generosità e simpatia da uno dei più grandi grecisti viventi.

Teatro Due vi aspetta il 25 luglio con l’altro incontro dedicato al Prometo Incatenato: PROMETEO: MITO E TRAGEDIA a cura del Professor Massimo Cacciari.

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